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TERRORISTI ISLAMICI ARRIVATI CLANDESTINAMENTE IN ITALIA DAL NORD AFRICA

”La minaccia terroristica non è diminuita, dobbiamo essere certi che non vi siano attraversamenti delle frontiere dell’Ue non intercettati, perché questo va a scapito della sicurezza europea”.

Così il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, al Parlamento europeo, parlando dell’operazione Themis. Leggeri ha spiegato che i velivoli di Frontex hanno rilevato flussi di migranti clandestini non intercettati da Algeria e Tunisia che sono sbarcati in Italia, che pongono ”preoccupazioni di sicurezza” e su cui si sta lavorando.

D’altra parte, l’assenza di controlli marittimi sulle imbarcazioni che salpano dal nord Africa verso le coste italiane è il prodotto del lassismo dei governi Pd al potere in Italia da quattro anni.

E il terrorismo islamico ne approfitta facendo arrivare i suoi peggiori e più pericolosi elementi.

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LE ISTRUZIONI DI PUTIN DOPO L’ATTACCO A SAN PIETROBURGO: “AGIRE CON DECISIONE, NON CATTURARE NESSUNO E UCCIDERE I TERRORISTI SUL POSTO”

«Uccidete i terroristi sul posto» parola di Vladimir Putin, che non ha mai avuto peli sulla lingua soprattutto nella guerra ai jihadisti.

Le anime belle si scandalizzeranno, ma dopo l’attentato a San Pietroburgo di mercoledì sera, che ha provocato 13 feriti, il presidente russo parla chiaro. «Ho dato istruzioni al direttore dei Servizi federali di sicurezza (Fsb) per le operazioni di ricerca e arresto di questi terroristi di agire nell’ambito della legge» esordisce Putin davanti ai militari russi rientrati dal fronte siriano.

Poi il capo del Cremlino aggiunge che «di fronte alla minaccia di vita dei nostri agenti bisogna agire in modo deciso, non catturare nessuno e uccidere i terroristi sul posto». Nel 1999 parlando della minaccia dei terroristi ceceni era stato più colorito, ma il concetto è simile: «Quando li troveremo, mi perdoni l’espressione, li butteremo dritti nella tazza del cesso».

In vista dei Mondiali di calcio i resti dello Stato islamico hanno annunciato da mesi l’intenzione di colpire la Russia. Putin e la sua natia San Pietroburgo sono da sempre nel mirino jihadista. L’ultimo attacco, dell’altro ieri, ha colpito un supermercato della catena Perekrestok.

Uno zainetto con una bomba è stato lasciato in uno degli armadietti. Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso un uomo arrivato con i mezzi pubblici, che lascia lo zainetto e per qualche minuto fa finta di interessarsi ai prodotti in vendita. Poi se ne va e la bomba esplode mezz’ora dopo il suo arrivo, alle 18.45 locali.

Il sospetto è stato definito «non slavo», che significa proveniente dalle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale o del Caucaso. San Pietroburgo è piena di migranti da oltre gli Urali. In aprile 14 persone sono morte nella metro per mano del terrorista suicida Akbarzhon Jalilov, cittadino russo di etnia uzbeka nato in Kirghizistan.

Lo stesso Putin ha ricordato che sempre a San Pietroburgo «è stato sventato di recente un attentato». L’Fsb, i servizi segreti, grazie a una soffiata della Cia, hanno individuato una cellula di terroristi asiatici, che volevano colpire la cattedrale.

Nonostante il Califfato non esista più sul terreno, la minaccia del terrore permane o è addirittura più alta di prima. La Turchia è in stato di massima allerta per il Capodanno, soprattutto ad Istanbul, per evitare che si ripeta la strage del 2016 della discoteca Reina, dove un solo terrorista, uzbeko, uccise 39 persone durante il Veglione. Ieri all’alba sono stati arrestati 38 presunti jihadisti, alcuni di origine siriana, a Bursa, non lontano da Istanbul. Altre retate sono scattate nei giorni scorsi.

Nei quartieri della movida di Istanbul e sulla famosa piazza Taksim sono stati vietati i festeggiamenti all’aperto del Capodanno per timore di attacchi. Almeno 3mila combattenti dello Stato islamico sono ancora annidati in un paio di sacche lungo l’Eufrate fra la Siria e l’Irak. Caccia e droni americani e russi danno loro la caccia dal cielo, ma centinaia di jihadisti stranieri, compresi molti europei, sarebbero già fuggiti per evitare la morte o la cattura.

Sul Califfo, Abu Bakr Al Baghdadi, gli Usa hanno aumentato la taglia a 25 milioni di dollari. Il primo passaggio per rientrare in patria è la Turchia dove possono ancora contare su una rete di contatti. Almeno 6mila sono già tornati a casa in 33 Paesi diversi: 400 solo in Russia, 800 in Tunisia, 271 in Francia e 13 in Italia. Altri 57 foreign fighter partiti dal nostro Paese sarebbero sopravvissuti e sono super ricercati.

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ESPLOSIONE A SAN PIETROBURGO, PUTIN: “È UN ATTO DI TERRORISMO”

Il presidente russo, Vladimir Putin, ha definito “un atto terroristico” l’esplosione che mercoledì sera ha provocato il ferimento di 13 persone nel centro commerciale Gigant Hall di San Pietroburgo. La città, che ha dato i natali a Putin, è già stata teatro di un attentato il 3 aprile scorso, quando un attacco in metropolitana costò la vita a 16 persone.

“Se necessario uccidere i terroristi sul posto”

“Ho dato ordine al direttore dei Servizi federali di sicurezza di agire a norma di legge, solo a norma di legge, quando impegnati nelle operazioni di arresto dei terroristi”, ha proseguito il numero uno del Cremlino. “Nel caso però in cui dovesse esserci un rischio per i nostri agenti – ha sottolineato – si dovrà agire con decisione, non catturare nessuno e uccidere i terroristi sul posto”.

La Russia, che ha un contingente militare in Siria dal settembre 2015, “ha fornito un cruciale contributo nella sconfitta delle forze criminali che hanno lanciato una sfida a tutta la civiltà, nella distruzione dell’esercito terrorista di una dittatura barbara”, ha affermato ancora Putin.

Dopo l’annuncio a metà dicembre di un ritiro parziale delle truppe, i servizi di sicurezza russi hanno spiegato di temere l’arrivo dei jihadisti di ritorno dalla Siria, ora che l’Isis ha perso la quasi totalità del suo territorio. Le forze speciali avevano inoltre annunciato di aver smantellato una cellula dello Stato islamico che si apprestava a compiere attentati il 16 dicembre a San Pietroburgo.

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ONG, KALASHNIKOV E STROZZINI: COME VENGONO FINANZIATI I TERRORISTI

La povertà non c’entra. L’ignoranza neanche. I terroristi che combattono in nome dell’islam radicale in Bangladesh sono i rampolli della borghesia della capitale cresciuti nelle migliori università private. “In passato i jihadisti arrivavano dalle scuole coraniche, ma ora non è più così”, spiega il reporter Ziaul Kabir, autore del libro Militancy & Media, un volume che analizza i link tra terrorismo e mezzi d’informazione.

Lo incontriamo nel centro di Dacca, nel giardino del National Press Club, l’associazione dove convergono i più importanti giornalisti del Paese. “Negli ultimi anni c’è stato un cambiamento netto, i terroristi arrivano da famiglie ricche e non hanno nessun problema di soldi”.

I profili dei jihadisti della strage del primo luglio scorso ne sono una conferma. Akash, Badhon, Bikash, Don e Ripon, gli autori materiali dell’assalto all’Holey Artisan Bakery a Gulshan, infatti, non sono cresciuti nelle madrase, ma hanno frequentato istituti rinomati e provengono tutti da famiglie benestanti.

Le radici della minaccia

Il Bangladesh, quasi 170 milioni di abitanti, è un Paese a stragrande maggioranza musulmana. L’islam è religione di Stato e più del 90 per cento della popolazione si riconosce nel Corano. In questo contesto, in gran parte caratterizzato da un islam tollerante e moderato, però, l’estremismo è in costante crescita. Le motivazioni sono principalmente due.

La prima è intrecciata alla politica interna e collegata alla recente storia del Paese e, in particolare, alla guerra che nel 1971 ha portato all’indipendenza del Bangladesh. Non è un caso, infatti, che la situazione si è surriscaldata dopo la decisione di impiccare Motiur Rahman Nizami, leader di Jamaal e Islami – principale partito islamico che ha come obiettivo l’introduzione della sharia – condannato per crimini contro l’umanità durante il sanguinoso conflitto che, quarant’anni fa, ha portato alla divisione dal Pakistan.

La guerra tra Isis e Al Qaeda

La seconda, invece, riguarda una guerra in corso all’interno della galassia jihadista. Sia Al Qaeda che lo Stato Islamico sono interessati alla regione. Proprio in Asia il gruppo fondato da Osama Bin Laden ha puntato tutto: nel tentativo di contrastare la popolarità del Califfo, nel 2014 si è riorganizzata in tutti i paesi dell’area, Bangladesh compreso.

La scelta, quasi obbligata, è arrivata a causa della diminuzione di influenza dell’organizzazione in Medio Oriente. Intanto, però, l’Isis non è rimasto a guardare. Forte della popolarità conquistata in questi anni, ha iniziato a fare proselitismo e ha rivendicato numerosi azioni terroristiche nel Paese.

Rita Katz, direttrice di Site Institute, società statunitense che si occupa di monitorare le attività dei jihadisti online, aveva da tempo evidenziato come il Bangladesh si fosse trasformato in terreno di scontro tra lo Stato Islamico e i gruppi collegati ad Al Qaeda. Una “competizione” che ha portato ad aumentare di gran numero le azioni terroristiche nel territorio.

Affari e kalashnikov

I segnali d’allarme, dunque, c’erano. Ma, come spesso succede, sono stati sottovalutati. In meno di due anni gli estremisti islamici hanno rivendicato l’uccisione di quasi settanta persone. Il governo è rimasto a guardare.

Fino allo scorso luglio, quando i terroristi, con l’attacco al ristorante nella zona delle ambasciate a Dacca, hanno fatto un notevole salto di qualità che, come ci spiega Abul Barkat, professore all’Università della capitale e massimo esperto di economia e di fondamentalismo in Bangladesh, “è stato costruito nel tempo, grazie alla capacità di infiltrarsi nel potere economico del Paese”.

Secondo quanto ci dice Barkat, i fondamentalisti islamici negli ultimi quarant’anni hanno investito denaro in otto settori principali. “In particolare nel settore economico, in quello commerciale, nell’industria farmaceutica, nell’educazione, nel settore delle comunicazioni, in quello immobiliare, nei media e nelle Organizzazioni non governative (Ong)”.

L’esperto lo spiega benissimo in una delle sue innumerevoli pubblicazioni: Political Economy of Religion-based Extremism in Bangladesh. Resoconto dettagliato, documentato e molto preoccupante delle infrastrutture organizzative ed economiche che in questi anni i jihadisti sono riusciti a costruire. Un vero e proprio impero che, secondo i calcoli fatti dal professore, solo nel 2015, avrebbe fatto guadagnare agli estremisti ben 370 milioni di dollari.

Terrore e strozzinaggio

“Le Organizzazioni non governative controllate dai fondamentalisti sono 231”, ci spiega lo studioso. Molte di queste ricevono anche fondi dall’estero, in particolare “dal Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti”. I soldi, spesso, finiscono nelle mani degli estremisti che li usano sia per finanziare la propaganda, sia per mettere a segno azioni terroristiche.

Ma non è finita qui. Secondo quanto ci racconta Onita Sorkar, una giovane cristiana che incontriamo in un piccolo villaggio del sud-ovest del Paese, alcune di queste Ong islamiche offrirebbero soldi con interessi altissimi. La ragazza ci racconta che ha recentemente preso in prestito 40 mila taka, circa 480 euro. Dovrà ridarli settimanalmente entro un anno, con un tasso di interesse pari al 12 per cento. Molto più alto di quello di una banca.

Difficile fermare il giro d’affari

È sera ormai. Ma abbiamo ancora tempo per fare un ultima domanda al professore. “È possibile fermare questo enorme giro d’affari che finanzia il terrorismo?”. La risposta di Barkat non lascia, purtroppo, spazio a fraintendimenti: “La situazione è molto complessa e ramificata. Non sarà semplice e ci vorranno molti anni”.

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