Archivi tag: studio

LO STUDIO CHE CAMBIERÀ LA CACCIA AI CRIMINALI: “LE IMPRONTE DIGITALI ​NON SONO PIÙ UNICHE”

Dopo circa 100 anni è crollata la certezza che un‘impronta digitale possa essere riferita ad un solo individuo.

A ribaltare uno dei pilastri del sistema investigativo è l’Associazione americana per l’avanzamento delle scienze (Aaas). Di fatto in un report viene messa in discussione questa certezza.

Le impronte non sono più dunque un metodo efficace per l’identificazione di un soggetto.

Analizzando il metodo in cui attualmente vengono analizzate le impronte e soprattutto confrontate con alte, emergerebbe il quadro di un sistema con alcune falle: “I metodi che le analizzano servono a identificare la persona che ha lasciato il suo segno sulla scena del crimine, ma l’esame delle tecniche per analizzare le impronte digitali nascoste, dimostra che non esiste un metodo scientifico per stimare il numero di persone che condividono le caratteristiche di una impronta digitale, e inoltre non si può escludere l’errore umano durante il confronto”, ha spiegato Joseph Kadane che ha collaborato al report.

Di fatto dunque non c’è più la certezza che ad un’impronta possa corrispondere un’identità: “Non si può affermare che le impronte latenti possano essere associate a un unico individuo con una precisione del 100%”.

Fonte: Qui

LA TERRA HA I GIORNI CONTATI: A DIRLO È UNO STUDIO SULLE VONGOLE

Le vongole non mentono, la Terra è in pericolo. È questo, in estrema sintesi, il risultato di una ricerca della “Nature Comunications”. I cambiamenti climatici, iniziati con la rivoluzione industriale, rischiano di compromettere le temperature del nostro pianeta e, di conseguenza, anche la sua esistenza.

Sono state studiate a tal proposito gli esseri più longevi del nostro pianeta, le vongole “quahong”, pescate nelle acque islandesi, oggi ampiamente diffuse ed allevate in tutta Europa.

La rilevazione dei componenti chimici delle vongole, come riporta Il Tempo, ha dato risultati sconfortanti, relativi ai cambiamenti climatici causati dall’attività dell’uomo.

La temperatura dell’Oceano Atlantico del Nord, da dove sono stati prelevati i molluschi per lo studio, di norma regolata dalla radiazione del sole e dalle eruzioni vulcaniche, ora è intaccata dalle emissioni di gas ad effetto serra.

La “tesi delle vongole” è confermata anche dall’alga “a palla”, che prima cresceva indisturbata nel lago Myvatn, sempre in Islanda.

Oggi questa rara alga, così come le vongole, costituiscono per gli studi scientifici importanti termometri del benessere della Terra.

Attualmente però la superficie del lago è talmente ricoperta damelma e alghe da non consentire al sole di penetrare nell’acqua e di generare queste rilevanti alghe palla.

La loro sparizione segnala un collasso dell’ecosistema che mette a rischio importanti zone di riproduzione del mondo per le anatre. Sulla terraferma le cose non vanno meglio.

È il caso della farfalla Euphydryas editha che sta, anomalamente, migrando dalle zone nordoccidentali americane verso un clima meno torrido, dovuto al cambiamento della temperatura nel loro habitat di origine.

E, da questa parte dell’Atlantico, lo dimostrano anche le api, l’Andrena nigroaenaea, che, sempre per via degli sbalzi di temperatura, hanno iniziato ad uscire dagli alveari in anticipo, mettendo così a repentaglio l’intero processo di impollinamento.

Fonte: qui

LO SAPEVI? PARLARE BENE DUE LINGUE RIDUCE I RISCHI DI ALZHEIMER

Stavolta non si parla di un farmaco o di una cura miracolosa. Ma di una particolare caratteristica che avrebbe positive ripercussioni sulla salute delle persone, proteggendole dall’insorgere del morbo di Alzheimer.

Ma di quale caratteristica si tratta? Saper parlare (bene) due lingue, saltando dall’una all’altra senza problemi. Le persone bilingue, secondo un nuovo studio scientifico condotto da un gruppo di ricercatori del San Raffaele di Milano, sarebbero meno soggette ad ammalarsi di Alzheimer. E, quando proprio la malattia insorge, lo fa in età più avanzata e con sintomi meno intensi.

I sorprendenti risultati dello studio, pubblicato su “Proceedings of the National Academy of Sciences” (Pnas), evidenziano che parlare due lingue lungo l’arco della vita modifica la funzione cerebrale, per quanto riguarda sia l’attività metabolica frontale sia la connettività tra specifiche aree del cervello, tanto da riuscire a compensare i danni prodotti dalla malattia.

Coordinato da Daniela Perani, direttrice dell’Unità di neuroimaging molecolare e strutturale in vivo nell’uomo dell’Irccs San Raffaele e docente dell’università Vita-Salute, il lavoro offre un contributo alla ricerca dei fattori in grado di ritardare o contrastare la malattia che ruba i ricordi, ancora priva di farmaci efficaci.

Secondo recenti studi epidemiologici essere bilingue può ritardare l’esordio di alcuni tipi di demenza senile fino a 5 anni. Ma i meccanismi neurobiologici che sottendono questo effetto
protettivo sono ancora largamente sconosciuti. La ricerca guidata da Perani è la prima a studiare un gruppo ampio di pazienti affetti da demenza di Alzheimer – 85 persone, di cui metà italiani monolingue e metà bilingui, originari dell’Alto Adige – attraverso una tecnica chiamata Fdg-Pet.

I pazienti bilingue affetti da demenza di Alzheimer sono risultati in media più vecchi di 5 anni rispetto ai monolingue e hanno ottenuto punteggi più alti in alcuni test cognitivi volti a valutare la memoria verbale e visuo-spaziale (la capacità di riconoscere luoghi e volti).

Ma l’uso della Fdg-Pet ha svelato anche che questi pazienti, a fronte di migliori performance cognitiva, hanno un metabolismo più ridotto nelle aree cerebrali tipicamente colpite dalla malattia, indice di neurodegenerazione, rispetto ai pazienti monolingue.

In altre parole una persona bilingue “è capace di compensare meglio gli effetti neurodegenerativi dell’Alzheimer che il decadimento cognitivo e la demenza insorgeranno dopo, nonostante il progredire della malattia”, sottolinea Perani.

Ma quali sono i meccanismi di compensazione? I ricercatori sono convinti che il cervello dei pazienti bilingue, rispetto a quello dei monolingue, presenti una maggiore attività metabolica nelle strutture frontali – implicate in compiti cognitivi complessi – e una maggiore connettività cerebrale in due network legati alle funzioni di controllo cognitivo ed esecutivo.

C’è anche un altro aspetto importante di cui tenere conto: più le due lingue sono utilizzate, maggiori sono gli effetti benefici a livello cerebrale e migliore è la performance.

Quindi “non basta conoscere due lingue, ma bisogna usarle in maniera attiva e durante tutto l’arco della vita”. A pensarci bene anche conservare (e valorizzare) l’uso del dialetto (ovviamente senza che ciò pregiudichi la lingua principale) potrebbe essere importante.

Fonte: qui