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SIRIA: UN SUKHOI RUSSO ABBATTUTO NEI CIELI DI IDLIB

Un aereo russo è stato abbattuto mentre sorvolava i cieli di Saqareb, non lontano da Idlib, ultima roccaforte dei jihadisti in Siria.

A dare la notizia è l’Osservatorio siriano per i diritti umani, che scrive anche che il pilota del caccia Sukhoi 25 è riuscito ad eiettarsi.

Il pilota è stato poi ucciso dai ribelli dopo essersi paracadutato in territorio nemico. Secondo l’esercito russo “più di 30 combattenti di Al-Nusra” sono stati uccisi in un attacco con “armi di alta precisione” nell’area dove il velivolo è caduto.

Molte sigle sono attive in Siri acontro Bashar al-Assad, ma nell’area di Idlib sonop i terroristi di Hayat Tahrir al-Sham, la sigla legata ad al-Qaida a farla da padroni. Da fine dicembre a Idlib le forze leali a Damasco combattono per riprendere il controllo della sacca tenuta dai ribelli, con il sostegno di Mosca.

Non è la prima volta che un areo russo viene abbattuto sui cieli siriani. Era successo ad agosto 2016 e prima ancora nel 2015, quando a tirare giù il caccia erano stati ribelli vicini alle posizioni di Ankara, in una circostanza che aveva scatenato una crisi che a lungo ha diviso Turchia e Russia.

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Fact checking

23ENNE ROVIGOTTO SI ARRUOLA TRA I COMBATTENTI ANTI-ISIS IN SIRIA

Ha deciso di lasciare la sua casa di Rovigo dopo la laurea in Storia. Una scelta comune a tanti altri ragazzi che cercano lavoro e fortuna in altra città.

Ma la decisione di questo 23enne ha lasciato tutti senza parole: il giovane ha deciso infatti di arruolarsi nelle milizie internazionali impegnate a combattere l’Isis in Siria.

Gelhat Drakon, questo il nome che si è dato dovendo, per motivi di sicurezza, nascondere la sua vera identità, la scelta l’ha compiuta all’insaputa dei suoi genitori.

Come riporta Il Gazzettino, i due coniugi sono venuti a conoscenza della decisione del figlio solo in questi giorni. Il 23enne infatti aveva fatto credere loro di essere partito per la Siria come membro di una spedizione di volontari impegnati nella cooperazione internazionale.

E invece, nelle foto che lo ritraggono, il giovane imbraccia un kalashinikov e indossa un giubbotto con delle granate.

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2018: ANNO DELLA TERZA GUERRA MONDIALE?

“Il mondo è riuscito a sopravvivere al 2017 senza lo scoppio di un conflitto tra superpotenze. In alcune parti del mondo, in Siria ad esempio, la tensione è sensibilmente diminuita. In altre regioni al contrario la situazione si fa sempre più tesa”.

A dichiararlo è Robert Farley, professore ed esperto di difesa e sicurezza nazionale americana, che se guarda con un certo sollievo ai dodici mesi appena trascorsi, non esclude però che i prossimi possano portare all’emergere di nuove guerre.

Farley ha infatti pubblicato sulla pagine del The National Interest un elenco delle cinque zone calde dove nel 2018 potrebbe scoppiare la terza guerra mondiale.

Corea del Nord

Può sembrare banale, ma il primo Paese della lista di Farley è la Corea del Nord. Da mesi le relazioni tra Pyongyang e il resto del mondo si stanno facendo sempre più tese.

Le numerose prove di forza del leader Kim Jong-un sono culminate a inizio settembre nell’esplosione della bomba a idrogeno, stimata cinque volte più potente rispetto a quella che ha colpito Nagasaki nell’agosto del 1945.

“I successi nello sviluppo di razzi vettori per testate nucleari della Corea uniti all’inesperienza dell’amministrazione Trump hanno creato una situazione insolitamente pericolosa”, ha dichiarato il professor Farley.

Gli Stati Uniti insistono per la denuclearizzazione del Paese e vogliono che il regime nordcoreano blocchi i test missilistici e nucleari. Da Pyongyang replicano invece che la rinuncia all’arsenale non verrà mai presa in considerazione in quanto si tratta di una “questione di vita o di morte”.

Nonostante le sanzioni che stanno colpendo e isolando la Corea del Nord, Kim Jong-un ha dichiarato di “andare avanti” con l’obiettivo di allestire un deposito con un centinaio di missili capaci di raggiungere il territorio americano, condurre un ultimo test con un ICBM (Intercontinental Ballistic Missile) e costruire un sottomarino lanciamissili.

Questa situazione sempre più preoccupante potrebbe portare, secondo Farley, a una guerra che coinvolgerebbe anche Giappone e Cina. Una svolta potrebbe arrivare in concomitanza con le Olimpiadi invernali in Corea del Sud.

Taiwan

Secondo il professor Farley, il secondo Paese a rischio terzo guerra mondiale sarebbe Taiwan. Di recente il diplomatico cinese Li Keksin ha dichiarato che Pechino invaderà militarmente Taiwan nel momento in cui si avvicineranno all’isola le navi militari americane. Per Farley l’ipotesi di un conflitto è prematura, ma rimane in ogni caso possibile e pericolosa.

La Cina ha intensificato l’attività militare nella regione, mentre gli Stati Uniti, che condannano la mossa cinese, stanno intensificando le consegne di armamenti a Taiwan. Pechino ha accusato Washington di interferire nei suoi affari interni dopo che Trump ha ratificato il disegno di legge per consolidare i legami con l’isola.

Infatti, con il National Defense Authorization Act 2018, l’amministrazione americana mira a rafforzare la cooperazione con l’isola, attraverso visite reciproche ed esercitazioni militari congiunte.

Ucraina

La lista del professore americano continua con l’Ucraina dova la situazione rimane tesa da anni. Come dichiara l’Onu, la tregua nell’est del Paese viene costantemente violata mentre le continue proteste a Kiev mettono in discussione la stabilità dell’attuale governo ucraino.

Pochi giorni fa, circa cinquemila sostenitori del leader dell’opposizione ucraina, Mikheil Saakashvili, hanno manifestato nella capitale, chiedendo la rimozione del presidente Petro Poroshenko e cercando di fare irruzione in un edificio pubblico.

Tra i feriti negli scontri anche diversi agenti della polizia. Secondo Farley, la caduta del governo ucraino porterebbe a una serie di gravi conseguenze: potrebbero salire al potere le forze di estrema destra con un’escalation del conflitto in Donbass.

Il professore ha preso in considerazione anche uno scenario nel quale Mosca rafforza la propria presenza in Ucraina andando a innescare in questo modo un vero e proprio scontro militare tra Russia e Occidente.

Turchia

Nella lista anche un Paese della Nato, la Turchia. Per l’esperto di difesa e sicurezza nazionale americana, l’allontanamento di Ankara da Unione europea e Stati Uniti e l’avvicinamento con Mosca è un segno di un possibile cambiamento di forze nella regione. Turchia, Russia e America non considerano la guerra un modo ragionevole per risolvere una difficile situazione diplomatica.

Ma Ankara è di fondamentale importanza per l’esito dei conflitti in Siria, Iraq, Iran, Balcani e Caucaso. Un cambiamento nell’orientamento diplomatico della Turchia potrebbe avere quindi effetti imprevedibili sui suoi confini.

Golfo persico

Chiude la lista delle zone calde dove, secondo il professore americano Farley, potrebbe scoppiare la terza guerra mondiale il Golfo persico. Se la guerra in Siria nelle ultime settimane sembra essersi affievolita, ad attirare l’attenzione è la tensione sempre più crescente tra Arabia Saudita e Iran.

Il professore ha osservato che in questa regione ci sono sempre stati dei conflitti, ma non si sono mai evoluti in guerre mondiali. Negli ultimi anni, dalla Siria allo Yemen (dove Arabia Saudita e Iran stanno combattendo una guerra per procura) passando per gli eterni scontri arabo-israeliani, il Medio Oriente non ha vissuto in pace.

Ora però le cose potrebbero degenerare. “Riad dichiarato di essere pronta a costruire una coalizione diplomatica e militare contro l’Iran e a includere possibilmente anche Israele in essa”. Con l’appoggio di Trump e “sullo sfondo di come la Russia difende ancora una volta le sue posizioni nella regione, è facile immaginare come tutto questo possa evolversi in un confronto tra superpotenze” ha dichiarato Farley.

“Il mondo rimane estremamente pericoloso. La confusione diplomatica dell’amministrazione Trump ha aumentato questo pericolo, creando incertezza in tutto il mondo e aumentando le possibilità di errori di calcolo in situazioni di crisi e non di crisi”, ha concluso l’esperto americano. Il 2018 è alle porte e per Robert Farley anche la terza guerra mondiale.

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SIRIA VICINA A UNA SVOLTA: DECISIVI GLI USA E PUTIN

La fine di ogni aiuto ai ribelli jihadisti annunciato da Donald Trump e la mannaia di Vladimir Putin stanno per realizzare il miracolo. Dopo cinque anni di guerra e 300mila vite il conflitto siriano è a una svolta. Una svolta per ora essenzialmente militare, ma capace di aprire la strada a una pace negoziale.

Da ieri le truppe di Bashar Assad, appoggiate da miliziani di Hezbollah, pasdaran iraniani e aviazione russa controllano gran parte dell’antica cittadella di Aleppo. I ribelli jihadisti, con alla testa i miliziani di Al Nusra (la costola siriana di Al Qaida ribattezzata recentemente Jabhat Fateh al-Sham) invocano un cessate il fuoco e sembrano pronte a negoziare la resa.

Naturalmente la caduta di Aleppo Est, ormai all’80 per cento sotto controllo governativo dopo la riconquista ieri, dei quartieri di Aghiur e Bab al Hadid a nord della Cittadella, non rappresenta una svolta indolore. Per snidare i ribelli ci sono voluti cinque mesi di guerra segnati dai raid dell’aviazione russa contro le postazioni jihadiste annidate tra condomini e ospedali.

Operazioni che hanno aggiunto l’apice negli ultimi dieci giorni quando, approfittando della transizione alla Casa Bianca, il Cremlino ha usato tutto il devastante potere della sua forza aerea. Grazie a quei dieci giorni di durissima offensiva – costata la vita a 341 persone, tra cui 44 bambini, sul fronte ribelle e di altre 81, tra cui 31 bambini, nei quartieri governativi – Damasco ha ripreso il controllo del 75 per cento di Aleppo. Nel frattempo oltre 30mila civili sono fuggiti dalle zone ribelli sfruttando i «corridoi umanitari» lasciati aperti dal governo. Ma a decidere +la battaglia di Aleppo non è stata soltanto la forza militare.

La débâcle ribelle è anche il frutto dell’intensa pressione esercitata da Mosca su quella Turchia di Recep Tayyp Erdogan che dal 2011 a oggi non ha mai abdicato al ruolo di «madrina» dei ribelli e di grande distributrice delle armi pagate da Arabia Saudita e Qatar. Negli ultimi due mesi, però, tutto è cambiato. Mosca e Damasco hanno concesso all’esercito turco di operare contro le fazioni curde presenti nei territori settentrionali della Siria ottenendo in cambio il taglio degli aiuti ai ribelli arroccati ad Aleppo.

Da allora il flusso di denaro, armi e munizioni tracimato per oltre cinque anni dal confine turco si è improvvisamente arrestato. E ai miliziani abbandonati al proprio destino da Erdogan è rimasta solo l’inutile solidarietà di un Obama a fine mandato e dei suoi obbedienti alleati occidentali.

E tra i fine mandato anche l’esecutivo di Matteo Renzi accodatosi ieri all’appello di Stati Uniti, Canada, Francia, Inghilterra e Germania in cui si sottolinea «l’urgente necessità di un cessate il fuoco immediato, per permettere all’Onu di portare assistenza umanitaria alla popolazione di Aleppo Est e fornire soccorsi ai fuggiaschi». Un appello inutile quanto le altre fallimentari iniziative di pace lanciate da Onu e Occidente in questi cinque anni.

Il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha, infatti, già promesso la «distruzione» dei miliziani che non abbandoneranno Aleppo Est. E i ribelli, ben consapevoli di come il passaggio di consegne alla Casa Bianca segni la fine di ogni appoggio americano, hanno già accettato la mediazione turca per trattare con Mosca e Damasco.

La definitiva resa e i piani per un trasferimento degli ultimi ribelli di Aleppo Est potrebbero venire discussi durante l’incontro di Lavrov con il segretario di Stato americano John Kerry previsto quest’oggi ad Amburgo. Il passo successivo potrebbe essere un negoziato di pace condotto dalla Casa Bianca e dal Cremlino dopo l’insediamento di Trump. Un negoziato capace di aprire la strada non solo alla «pax siriana», ma anche ai nuovi rapporti tra l’America di Donald e la Russia di Vladimir.

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