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HAI UNO SMARTPHONE? ATTENTO, HAI IL 50% DI POSSIBILITÀ DI SOFFRIRE DI QUESTA MALATTIA…

“Scusate qualcuno un carica batteria da prestarmi?”, “Ho il cellulare quasi scarico, e ora cosa faccio…!?!”, “Caspita, mi sono dimenticato di ricaricare il cellulare e ora…?!”.

Siate sinceri, sarà capitato anche a voi di trovarvi – almeno una volta (al mese o addirittura alla settimana!) – in questa spiacevole situazione senza sapere che fare.

E a quel punto vi sarà accaduto di diventare improvvisamente ansiosi, nervosi e preoccupati, giusto? Niente paura anche voi soffrite della “ansia da ricarica“.

Una vera e propria forma patologica che colpisce il 50% degli italiani dipendenti da smartphone. Si tratta di un nuovo sintomo che gli psicologi stanno catalogando con una sua caratteristica specifica.

Secondo l’Associazione Donne e qualità della vita, il team di psicologi guidato dalla dottoressa Serenella Salomoni che ha curato questa ricerca in collaborazione con Estra, i sintomi più frequenti di questa nuova ansia sono: palpitazioni e sudorazione eccessiva (28%); insonnia e preoccupazione (24%); incubi notturni (19%); nervosismo e forte irascibilità (16%); mal di testa e disorientamento (13%); altri sintomi (11%).

Chi sono i di più di questa patologia? Innanzitutto i single (26%), seguiti dai giovani con un’età compresa tra i 16 e i 35 anni (24%), sempre online soprattutto sui social e Whatsapp. Terzo posto per le donne dai 35 ai 65 anni (18%) che precedono gli uomini (16%), tallonati dagli anziani (15%) che vogliono avere il cellulare sempre carico per qualsiasi evenienza e bisogno.

E quali sono gli apparecchi che creano più ansia da ricarica? Il cellulare o smartphone batte tutti (39%), piazza d’onore per iPad o tablet (30%), al terzo posto il pc portatile (26%), seguono iPod o lettori mp3 (21%). Chiudono questa speciale top five gli ebook reader, ovvero i lettori di libri digitali (16%).

Come per tutte le situazioni che mettono in allarme l’essere umano, la notte è il momento della giornata che più sfoga queste paure, quindi nel 41% dei casi sono proprio le ore in cui si dovrebbe dormire quelle che favoriscono il diffondersi di queste ansie, che portano chi ne soffre a cercare disperatamente un carica-batterie anche nelle ore più impensate.

Segue la mattina (32%), ultimo momento disponibile per alimentare il proprio cellulare prima di iniziare la giornata. Chi è all’ultima spiaggia, sfrutta l’ufficio o il posto di lavoro per rimediare (21%) mentre pendolari o viaggiatori per lavoro cercano un attacco elettrico nel mezzo di trasporto (17%), soprattutto sui treni, dove ormai le prese elettriche sono sempre più presenti.

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BANGLADESH, UNA RARA MALATTIA LO STA PARALIZZANDO: ” A 8 ANNI STA DIVENTANDO UNA PIETRA”

Ha dolori terribili e viene preso in giro in continuazione dai suoi coetanei. Un bimbo di soli 8 anni è costretto, ormai da mesi, a vivere chiuso in casa a causa di una rara malattia che lo sta rendendo completamente di pietra.

Come scrive LEGGO: Mehendi Hassan, è un bimbo del Bangladesh affetto da una grave malattia della pelle che gli causa delle squame tanto spesse e dure da sembrare di pietra, tali da immobilizzarlo nei movimenti.

Oltre ad essere per il piccolo un problema estetico, motivo di prese in giro da parte dei coetanei, è anche molto doloroso, tanto che Mehendi non riesce a toccare nulla senza provare forti dolori. 

La comunità lo ha emarginato, come riporta anche il Daily Mail, e la madre ha chiesto aiuto al governo perché possa migliorare la sua condizione.

La donna ammette di non avere i soldi per poter far fronte alle cure necessarie per il suo bambino ma non vuole accettare l’idea che viva tutta la sua vita da recluso e da emarginato.

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COSA SUCCEDE SE LA MALATTIA SCADE NEL WEEKEND?

Se sei in malattia e hai sfruttato quasi tutti i giorni di assenza che il tuo contratto collettivo ti consente prima di poter essere licenziato (cosiddetto comporto) non puoi allungare la permanenza a casa anche il sabato e la domenica.

Come spiega laleggepertutti.it, secondo una recente sentenza della Cassazione, nel conteggio del periodo di comporto oltre il quale scatta il licenziamento rientrano anche i giorni non lavorativi.

La Suprema Corte torna a parlare di licenziamento del dipendente in malattia, licenziamento che può avvenire per due diverse cause: il superamento del cosiddetto comporto, ossia il limite massimo di giorni che il ccnl di categoria consente al lavoratore ai fini del diritto alla conservazione del posto di lavoro anche durante l’assenza per malattia; scaduto questo termine, se il dipendente non torna immediatamente in azienda, può essere licenziato senza bisogno che il datore dimostri la sussistenza di alcuna giusta causa; scarso rendimento, che si ha quando, pur non superato il periodo di comporto, l’assenza del dipendente crei un serio danno all’azienda per via di disfunzioni organizzative.

In tal caso, però, il datore di lavoro deve dimostrare l’effettività del danno: se non lo fa, il dipendente ha diritto alla reintegra.

Nella sentenza i giudici affrontano il primo dei due casi. Viene in particolare chiarito che, in presenza di una serie di certificati medici che prevedono il riposo dal lunedì al venerdì, vanno calcolati come giorni di assenza anche il sabato e la domenica.

Questo significa che è necessario tornare al lavoro non appena finisce la malattia indicata sul certificato stesso e non è possibile prorogarla anche ai giorni festivi come appunto il sabato e la domenica: l’interruzione della malattia utile ai fini del comporto si ha dal giorno in cui il lavoratore riprende concretamente servizio.

Per calcolare il comporto, è necessario tenere conto anche dei giorni non lavorativi cadenti nel periodo di malattia in quanto si presume che l’assenza sia dovuta alla malattia stessa e non invece al riposo settimanale o alla festività.

La presunzione di continuità della malattia, chiarisce la sentenza, opera sia per le festività e i giorni non lavorativi che cadono nel periodo della certificazione, sia nella diversa ipotesi di certificati in sequenza di cui il primo attesti la malattia sino all’ultimo giorno lavorativo che precede il riposo domenicale (ossia il venerdì) e il secondo certifichi a partire dal primo giorno lavorativo successivo alla domenica (quindi il lunedì).

IN PRATICA – Ai fini del calcolo del superamento del periodo di comporto solo la ripresa del servizio può smentire la presunzione di continuità della malattia; pertanto i soli giorni che non vanno conteggiati nella malattia sono quelli successivi al suo rientro.

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I FURBETTI DELLE FERIE STRATEGICHE: LEGITTIMO CACCIARE CHI ABUSA IN MODO MIRATO DI MALATTIE E PERMESSI LAST MINUTE

È un malcostume piuttosto diffuso tra i lavoratori, almeno tra coloro non propriamente stakanovisti, quello di attaccare al fine settimana o alle festività qualche giorno di ferie o malattia per garantirsi il tempo di una mini-vacanza alla faccia di chi rimane al palo.

Una pratica mal tollerata dai datori di lavoro, che di fronte a certi comportamenti di un qualche dipendente si ritrovano per lo più con le mani legate.

Da ora in poi, però, i capi avranno un’arma in più per contrastare i furbetti delle vacanze programmate, perché la sezione Lavoro del Tribunale di Roma – riconoscendo la legittimità del licenziamento intimato dal datore di lavoro per una serie di assenze «a macchia di leopardo» di una dipendente – ha stabilito con una sentenza innovativa che ferie, malattie e permessi sempre adiacenti ai weekend o alle feste, oppure comunicati all’ultimo momento, valgono a qualificare la prestazione lavorativa come connotata da scarso rendimento.

Nel caso in questione la lavoratrice aveva collezionato ben 120 giornate di assenza su 248. Un numero esagerato per essere accettato anche dal più tollerante dei datori di lavoro. Dopo essere stata licenziata, la dipendente aveva fatto ricorso al giudice del lavoro, confidando in una pronuncia a lei favorevole.

Invece il Tribunale – traendo spunto dalla sentenza della Cassazione n. 18678 del 4 settembre 2014 – ha rigettato il suo ricorso e l’ha condannata al pagamento delle spese processuali.

Questo perché il giudice ha ritenuto che la gran quantità di assenze avessero reso il lavoratore non sufficientemente e proficuamente utilizzabile dal datore di lavoro, nonché pregiudizievole per la stessa organizzazione e produzione aziendale.

«La presa di posizione del Tribunale è sul punto estremamente coraggiosa – commenta l’avvocato Roberto Podda – in quanto trasforma in diritto vivente alcuni principi che, fino ad oggi, avevano faticato ad affermarsi non solo nelle corti di merito, ma anche nella giurisprudenza della Suprema Corte».

Era stata la precedente pronuncia della Cassazione alla quale si è rifatto il giudice capitolino ad aprire un primo varco alla valutazione delle assenze a «macchia di leopardo» del lavoratore come sintomo di scarso rendimento e motivo di pregiudizio per l’attività aziendale, sterzando rispetto al tradizionale orientamento della giurisprudenza di legittimità incline a considerare validi solo quei licenziamenti in cui le assenze per malattia del lavoratore avessero superato il cosiddetto periodo di comporto. Ora, invece, possono essere considerate anche le assenze per così dire «strategiche».

«Il decreto del Tribunale va oltre la pronuncia della Cassazione – spiega il legale – in quanto ha esteso la propria valutazione non solo alle assenze per malattia ma anche alle ferie e ai permessi di cui la lavoratrice licenziata aveva fruito immediatamente prima o dopo un periodo di malattia o a ridosso di ponti o festività.

Questo particolare aspetto costituisce una piccola ma importante rivoluzione: qualora infatti la pronuncia trovasse seguito nelle corti di merito o fosse fatta propria dalla Cassazione, diverrebbe essenziale per stabilire la legittimità di un licenziamento intimato in casi simili, oltre alla quantità di assenze per malattia, anche la collocazione a macchia di leopardo delle assenze».

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