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NORD EUROPA NELLA MORSA DEL MALTEMPO: VITTIME E DISAGI AI TRASPORTI, TRENI E AEREI IN TILT

Dieci morti, aerei a terra e traffico ferroviario paralizzato. È questo il bilancio dell’ondata di maltempo che ha colpito OlandaBelgio Germania.

Forti raffiche di vento provenienti dal Mare del Nord hanno determinato lo stop del traffico aereo per qualche ora in mattinata nell’aeroporto di Amsterdam-Schiphol, uno dei principali hub in Europa. E diversi voli sono stati annullati anche in Germania negli aeroporti di Düsseldorf e Monaco.

La tempesta Friederike sta flagellando i Paesi del Nord Europa con venti che toccano i 200 chilometri orari, dall’Olanda al Belgio, dalla Germania alla Gran Bretagna.

Olanda

 Nei Paesi Bassi si contano tre morti e un ferito, tutti colpiti da rami o da alberi sradicati dal vento. Oltre ai voli sospesi allo scalo Schiphol di Amsterdam, sono stati fermati anche i treni lungo le ferrovie nazionali.

La compagnia di bandiera Klm ha annullato preventivamente oltre 200 voli prima dell’arrivo della tempesta, sulla base di un’allerta emessa dall’Istituto meteorologico nazionale.

Le forti raffiche hanno danneggiato la sede di Europol a L’Aja, mentre il traffico automobilistico è rimasto interrotto a lungo verso Rotterdam, sia da Amsterdam che da L’Aja. Le autorità parlano di danni per milioni di euro.

Belgio

In Belgio la furia della tempesta ha provocato la morte di una donna, rimasta schiacciata nell’abitacolo della sua auto per la caduta di un albero, a sud-est di Bruxelles. Almeno quattro invece i feriti ad Anversa, tra cui una donna in gravissime condizioni dopo esser stata colpita alla testa da una lastra di metallo.

La circolazione dei treni ad alta velocità Thalys verso Olanda e Germania è stata interrotta per l’intera giornata. Una cinquantina di treni regionali sono stati cancellati, e sono stati accumulati ritardi per oltre 20 ore sulla rete ferroviaria del Paese. Inoltre si sono registrati una ventina di incidenti, a causa dei detriti finiti sui binari.

La situazione più difficile nelle Fiandre, dove i pompieri sono stati impegnati in diversi interventi a causa di alberi divelti. Nella provincia di Limbourg, il vento ha sollevato il tetto di una scuola elementare di Gruitrode: l’edificio è stato evacuato e non ci sono feriti.

Germania

Drammatico il bilancio anche in Germania dove l’uragano Friederike ha causato la morte di almeno sei persone, di cui due vigili del fuoco impegnati nei soccorsi. La regione più colpita è stata quella del Nord Reno Vestfalia dove si sono registrate almeno tre vittime tra cui un uomo di 59 anni, travolto dalla caduta di un albero ad Emmerich. Tra i due vigili del fuoco che hanno perso la vita uno era un pompiere della Turingia.

“I soccorritori resteranno impegnati anche nelle prossime ore e la situazione resta rischiosa”, ha affermato il ministro dell’Interno della Vestfalia, Herbert Reul. Nel Land del Nord Reno Vestfalia è stato disposto il blocco della circolazione ferroviaria fino al termine del servizio. Fermi i treni anche in Bassa Sassonia, mentre il blocco è parziale in Renania Palatinato.

In diverse regioni le lezioni sono state interrotte e le scuole sono state chiuse. Il servizio meteorologico tedesco ha registrato in Assia e Turingia raffiche di uragano di 120 chilometri orari e sul massiccio dello Harz anche di 203 chilometri all’ora.

Gran Bretagna

La bufera ha spazzato anche la Gran Bretagna, dove è stata colpita soprattutto l’Inghilterra orientale con raffiche che nel Norfolk, a nord di Londra, hanno superato nella notte i 130 chilometri all’ora, ma danni e disagi si registrano anche in Galles e un po’ in tutto il Paese: aggravate nel nord, specialmente in Scozia, anche dalla neve che cade copiosa da alcuni giorni. In totale si contano quasi 50mila case senza corrente elettrica, con alcune comunità rurali isolate.

Francia

Danni per il maltempo anche nel nord della Francia, dove almeno tremila persone sono rimaste prive di elettricità.

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Il video

BECCHI: CORAGGIO, SALVINI. TORNA A PICCHIARE CONTRO L’EUROPA

La nuova timidezza del candidato premier della Lega, Matteo Salvini, nel criticare l’Europa e l’euro mi fa venire in mente le elezioni europee del 2014, quando provai a convincere Gianroberto Casaleggio ad impostare la campagna elettorale del M5S contro la moneta unica e mi fu risposto che era rischioso farlo, meglio l’idea ambigua del referendum.

Dell’euro si sarebbe discusso dopo i risultati. Conosciamo quei risultati: alle elezioni Renzi prese il 40% e Casaleggio il 20%.

Perl’amor di Dio, intendiamoci: Salvini resta “sovranista”, come pure resta cattolico, ma, ecco, al momento sembra un sovranista non dico “non praticante”, ma poco praticante.

Cattolico sì, insomma, ma forse anche pronto a riaprire le case chiuse. Toni moderati, populismo col silenziatore. Ottima mossa, se non fosse che quelli che come in Austria hanno vinto le ultime elezioni o che in Ungheria e in Polonia attualmente governano molto moderati non sembrano.

Ottima mossa, ma intanto chi ti vuole contrastare continuerà a dipingere Salvini come un pericoloso populista. Ottima mossa, ma intanto a crescere nei sondaggi è Berlusconi.

CHI C’È

Il “moderato” nel centrodestra c’è già. E il voto moderato andrà a Berlusconi, il quale sta organizzando al meglio le sue truppe, o sarebbe meglio dire le sue “gambe”; ma il programma in fondo è sempre lo stesso: meno Stato, più mercato. Non funziona più oggi. Lo dico in modo molto moderato e per niente incazzato.

Oggi abbiamo bisogno di recuperare la nostra sovranità monetaria e questo significa più Stato. Tranquilli non voglio la dittatura del proletariato, ma solo dare allo Stato la possibilità di fare una sua politica economica. Oggi abbiamo bisogno di controllare il mercato e questo significa meno mercato.

Tranquilli non voglio la pianificazione sovietica, ma solo evitare quello che è successo con le banche lasciate libere di imbottirsi di prodotti tossici (tanto poi a pagare ci sono i cittadini).

Ecco dove si apre lo spazio politico per Salvini. Potrebbe far capire tutto questo ai suoi alleati costruendo nella coalizione di centrodestra un polo autenticamente sovranista-populista che ponga al primo posto del suo programma il recupero della sovranità nazionale e monetaria e sull’onda del successo dei referendum autonomisti, una trasformazione dello Stato in senso federale.

Berlusconi e Bossi vinsero le elezioni, contro una sinistra incapace, con una visione politica: “rivoluzione liberale” e federalismo; oggi Berlusconi e Salvini possono di nuovo vincere, contro un M5s che ha preso il posto della sinistra, ma politicamente è ancora più incapace. Grillo vive di tattica contingente, ma dopo la morte di Casaleggio è privo di prospettiva.

LA PANCIA

Grillo è la pancia, ma la testa manca. Ecco perché il centrodestra può nuovamente farcela. Ci vorrebbe però una nuova visione politica precisa, incentrata sul recupero della sovranità nazionale. Le prossime elezioni in Italia potrebbero rappresentare la rivincita di tutto coloro, il ceto medio in particolare, che sono usciti sconfitti dalla globalizzazione selvaggia.

“Sovranismo” non significa, necessariamente, centralismo, e può coesistere con un riconoscimento molto ampio delle autonomie locali. È il globalismo, e non il “sovranismo”, che è contrario al localismo. Contro lo strapotere della finanza globale e delle oligarchie di Bruxelles cosa resta se non quel residuo di democrazia che ancora troviamo all’interno degli Stati nazionali?

Allo Stato unico globale possiamo solo replicare con uno Stato nazionale che riconosca grande spazio alle autonomie locali. È questo il principio di una “sovranità debole”, non leviatanica, di cui parlo da tempo. E solo essa potrà conciliare ciò che sino ad oggi era difficilmente conciliabile: sovranità nazionale e federalismo.

IL BISOGNO

Questo è ciò di cui una coalizione di centrodestra avrebbe bisogno: recuperare il “sovranismo” in un’ottica federale, per tentare nella prossima legislatura una riforma in senso federale dello Stato

Per tornare grandi bisogna tornare a pensare in grande. Ma per far questo ci vorrebbe una nuova élite, simile a quella che Berlusconi e Bossi cercarono nel loro tempo di costruire. Senza una visione politica, senza cultura politica si potranno anche vincere le elezioni, ma per fare che cosa?

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“GIUSTO IL MATRIMONIO A 9 ANNI”: IL PATTO DI ERDOGAN CON GLI IMAM FA SBOTTARE SALVINI: “MAI IN EUROPA”

Erdogan legalizza la pedofilia (la qual cosa dovrebbe far riflettere certi buonisti che, per interessi economici vorrebbero la Turchia in Europa, enorme mercato con cui commerciare).

Già perché per la Diyanet turca, cioè l’Unione islamica degli Affari religiosi, massima autorità competente in questioni coraniche, le bambine si possono sposare dall’inizio della pubertà. Sull’esempio di quanto fece in vecchiaia il profeta Maometto, con la sua quarta moglie, una bimba.

Erdogan approva, per tenersi buoni gli imam, in un periodo in cui il consenso interno è molto basso per via delle proteste dei gulenisti. E così in Turchia cade anche l’ultimo tabù: le autorità religiose hanno definito lecito il matrimonio per le bambine di appena nove anni, costrette a forza e private di qualsiasi diritto (Boldrini and co. diranno qualcosa?).

Una presa di posizione che sta provocando un putiferio, nel Paese e che va in netta controtendenza agli sforzi fatti a livello mondiale per diminuire quella che ormai è una vera e propria piaga.

La notizia, comparsa sui quotidiani di opposizione martedì, ha trovato conferma sul sito della stessa Diyanet. 

Nel novembre dell’anno scorso, quando ancora Ankara sperava di entrare nella Ue, era stata ritirata la controversa proposta di legge presentata dal partito Akp del presidente Erdogan che avrebbe legittimato un matrimonio riparatore in caso di stupro di una bambina. Ora viene legittimata direttamente dagli imam.

Duro il commento del candidato premier Matteo Salvini: “E qualcuno, PD in testa, insiste per fare entrare la Turchia nell’Unione Europea… Mai!”.

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REFERENDUM: CHE EFFETTI AVRÀ IL VOTO SULL’EUROPA

La campagna per il referendum è stata caratterizzata da toni accesi. Accesissimi, anzi. I giornali (e le banche) si sono premurati di fare propaganda per il sì, paventando scenari apocalittici in caso di vittoria del No. Il Financial Times ha scritto che se dovesse vincere il No, ben otto banche rischiano il fallimento.

“Minacce” simili erano state fatte anche per il Brexit e per il voto americano. Sondaggi e proiezioni indicavano come favoriti il “Remain” in Gran Bretagna e Hillary Clinton negli Stati Uniti. I risultati li conosciamo bene: hanno vinto il “Leave” e Donald Trump.

Ma negli ultimi undici anni sono stati ben cinque i referendum che hanno messo in discussione l’Unione europea. Dalla Francia all’Olanda, passando per Italia, Grecia e Gran Bretagna.

La consultazione in Italia è rilevante per l’Europa anche se il voto riguarda una questione nazionale come la riforma della Costituzione e non la carta europea bocciata da francesi e olandesi nel 2005 o l’austerity respinta dai greci l’anno scorso o, ancora, il divorzio dall’Ue sancito dai britannici agli inizi di questa estate.

Il primo pesante colpo all’Europa è stato inferto dai francesi con la bocciatura della Carta comune nel referendum del 29 maggio del 2005 con il 54,87% dei “no” e il 45,13% dei “sì”.

Lo schiaffo al testo a colpi di slogan contro “l’idraulico polacco” o la direttiva Bolkestein sui servizi sono state le prime avvisaglie della disaffezione che oggi cavalcano i movimenti euroscettici e i populisti.

A ruota, dopo il “no” francese, è giunto quello olandese, il primo giugno 2005 con il 61,6% dei “no” alla costituzione europea contro il 38,4% dei “sì”. A dominare la campagna referendaria per il “no” c’era già il leader di destra Geert Wilders, ancora oggi capofila dei movimenti anti-Ue.

Con il dossier ellenico è stata per la prima volta messa in discussione l’irreversibilità dell’Unione, linguisticamente resa con il neologismo Grexit, una crasi tra Grecia e Exit.

Apice della mancanza di fiducia e disaffezione all’austerity è stato il referendum del 5 luglio 2015 nel quale i greci con il 61,31% dei voti hanno bocciato la ricetta di risanamento imposta dalla troika per concedere un nuovo piano di salvataggio ad Atene.

Ma è senza dubbio la vittoria del Brexit al referendum del 23 giugno la più grave ferita inferta all’Europa, quando con il 51,9% dei voti favorevoli e il 48,1% dei contrari i britannici hanno sancito l’uscita del Regno Unito dall’Ue. Primo nel suo genere, il referendum sull’adesione rischia di rappresentare un precedente per il futuro dell’Unione.

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