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QUELLA BIZZARRA SENTENZA DELLA CASSAZIONE: ANCHE LA SCOPA È UN’ARMA

Anche la scopa è un’arma. Lo strumento domestico è catalogabile come arma impropria e fa scattare l’aggravante nel reato di lesioni personali.

Lo ha affermato la Cassazione nella sentenza n. 54148/2016 – riportata dal sito di informazione giuridica studiocataldi.it – pronunciandosi sulla vicenda di un uomo che aveva aggredito un conoscente con il manico di una scopa cagionandogli lesioni personali guaribili in sette giorni.

L’uomo veniva scagionato dal giudice di pace di Agropoli che dichiarava il non doversi procedere nei suoi confronti per remissione di querela da parte dell’aggredito.

Avverso tale sentenza proponeva ricorso il procuratore generale.

Per gli Ermellini, in tema di lesioni personali volontarie, si legge in sentenza “ricorre la circostanza aggravante del fatto commesso con armi quando il soggetto agente utilizzi un manico di scopa od un ombrello, trattandosi di armi improprie, ai sensi dell’art. 4, comma secondo, legge n. 110 del 1975, per il quale rientra in questa categoria, oltre agli strumenti da punta e taglio e gli altri oggetti specificamente indicati, anche qualsiasi strumento, che, nelle circostanze di tempo e di luogo in cui sia portato, sia potenzialmente utilizzabile per l’offesa della persona”.

Da qui l’annullamento senza rinvio della sentenza.

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LA CASSAZIONE: “NO ALLE TASSE RIDOTTE AGLI HOTEL GESTITI DAGLI ENTI RELIGIOSI, È UN AIUTO DI STATO”

Gli alberghi e i pensionati gestiti da enti religiosi o ‘no profit’, se vogliono godere di tassazione agevolata, devono offrire prezzi «significativamente ridotti» rispetto a quelli di mercato altrimenti alterano il «regime di libera concorrenza» e usufruiscono di un beneficio che non gli spetta e che si tramuta in un «aiuto di Stato» a svantaggio degli imprenditori privati del settore alberghiero.

Lo sottolinea la Cassazione dando ragione all’Agenzia delle Entrate contraria all’Ires ridotta per l’Istituto delle Rosine di Torino, grande ‘pensionato’ vicino al polo universitario.  Ad avviso della Suprema Corte, la commissione tributaria del Piemonte nel 2015 aveva sbagliato ad annullare l’avviso di accertamento, per la maggiore imposta Ires inviato dal fisco all’Istituto delle Rosine, sulla base della sola considerazione che si sarebbe trattato di «una struttura ricettiva che accoglie esclusivamente studentesse lavoratrici per brevi periodi di tempo con evidenti obiettivi sociali».

 L’Agenzia delle Entrate ha fatto ricorso in Cassazione sottolineando che la tassazione ridotta non può prescindere da una valutazione e ricognizione dell’attività «concretamente svolta» dalle tante strutture ricettive gestite direttamente da enti religiose o da cooperative non profit.

«Analogamente a quanto affermato in materia di Ici – sottolinea la Cassazione – lo svolgimento di attività di assistenza o di altre attività equiparate, senza le modalità di una attività commerciale, costituisce il requisito oggettivo necessario ai fini dell’agevolazione e va accertato in concreto, con criteri di rigorosità, e, dunque, verificando le caratteristiche della ‘clientelà ospitata, della durata dell’apertura della struttura e, soprattutto, dell’importo delle rette, che deve essere significativamente ridotto rispetto ai ‘prezzi di mercatò, onde evitare una alterazione del regime di libera concorrenza e la trasformazione del beneficio in un aiuto di Stato». 

Per i supremi giudici, hanno colto nel segno le obiezioni avanzate dall’Agenzia delle Entrate e per cui «il pensionato costituiva di fatto una attività alberghiera, aperta al pubblico, e che avrebbe potuto essere gestita da qualunque imprenditore privato, e che, avuto riguardo ai redditi da fabbricati, gli immobili risultavano locati a privati secondo una logica di mercato».

Adesso la Commissione tributaria del Piemonte deve rivedere la sua decisione con la quale aveva accusato l’Agenzia delle Entrate di usare una logica «troppo restrittiva» nel valutare i criteri per la ‘detassazionè.

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LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE: “DARE DELLʼOMOSESSUALE NON È PIÙ UNʼOFFESA”

“Nel presente contesto storico” è da escludere che il termine “omosessuale” abbia conservato “un significato intrinsecamente offensivo come, forse, poteva ritenersi in un passato nemmeno tanto remoto”.

Lo sottolinea la Cassazione, spiegando che tale parola è entrata nell’uso corrente e attiene alle “preferenze sessuali dell’individuo”, assumendo “un carattere neutro” e non denigratorio anche nel caso in cui sia rivolta a una persona eterosessuale.

Secondo i giudici, il termine “omosessuale” va considerato diversamente da altri “appellativi” che invece mantengono un carattere lesivo della reputazione dell’individuo.

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