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CRISI MPS, BCE: “LIQUIDITÀ BANCA? ORIZZONTE TEMPORALE DI 29 GIORNI”

La Bce, nel motivare il suo no alla proroga dell’aumento di capitale di Mps, ha rilevato che “la situazione della liquidità della Banca si è andata progressivamente deteriorando fino a raggiungere, a valle del referendum” del 4 dicembre “un orizzonte temporale di 29 giorni entro il quale la Banca può far fronte ai propri fabbisogni di liquidità senza ricorrere a nuovi interventi”.

E’ quanto emerge dal prospetto dell’aumento di capitale.

Un orizzonte temporale che “risulta inferiore di un giorno rispetto al limite di risk capacity (tolleranza del rischio) fissato dalla Banca stessa” ed “è stato calcolato applicando alla situazione di liquidità inerziale un forte stress che ipotizza, in base a scenari teorici particolarmente negativi, la fuoriuscita di circa Euro 10,3 miliardi di liquidità nel corso di un mese”.

In merito ai rilievi della Bce, Mps nel prospetto sottolinea che la posizione di liquiditàà operativa presentava un livello di counterbalancing capacity (un cuscinetto di liquidità) non impegnata pari a Euro 13,1 miliardi, in diminuzione di circa Euro 1,5 miliardi rispetto al dato al 30 settembre 2016. A tale data, l’orizzonte temporale senza stress si confermava superiore ai 12 mesi”.

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BCE NEGA LʼAUTORIZZAZIONE A POSTICIPARE AUMENTO CAPITALE A MPS: “CON LO SLITTAMENTO A RISCHIO LA SOPRAVVIVENZA DELLA BANCA”

La Banca Monte dei Paschi di Siena ha ricevuto da parte della Banca Centrale Europea, come anticipato dai media nei giorni scorsi, una “draft decision” in cui viene negata l’autorizzazione a posticipare al mese di gennaio 2017 l’operazione di rafforzamento patrimoniale.

Lo rende noto la banca senese in un comunicato.

La scadenza resta quindi quella del 31 dicembre.

“Il ritardo nel completamento della ricapitalizzazione potrebbe comportare un ulteriore deterioramento della posizione di liquidità e un peggioramento dei coefficienti patrimoniali, ponendo a rischio la sopravvivenza della Banca”, spiega Mps sottolineando i motivi per cui la Bce ha negato la proroga di 20 giorni dell’operazione di rafforzamento patrimoniale.

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LA BCE ALLUNGA IL QUANTITATIVE EASING FINO A DICEMBRE 2017 E LASCIA I TASSI AL MINIMO STORICO

Resta fermo al minimo storico il costo del denaro. La Bce ha lasciato invariati i tassi d’interesse: il tasso principale rimane fermo al minimo storico dello 0%, quello sui depositi bancari a -0,40% e quello di rifinanziamento marginale a 0,25%.

Intanto, la banca centrale proroga il suo programma di acquisti, il quantitative easing, almeno fino a dicembre 2017. Nello specifico, resteranno pari a 80 mld al mese gli acquisti fino alla fine di marzo 2017; mentre da aprile a dicembre 2017, o oltre se necessario, il ritmo delle acquisti scenderà a 60 mld.

L’Eurotower si tiene comunque le mani libere. Se necessario il programma di acquisti “può essere esteso o ampliato nelle dimensioni”. Questo, nel caso in cui “lo scenario dovesse peggiorare”, soprattutto in riferimento al raggiungimento dell’obiettivo di un’inflazione vicina ma sotto il 2%.

Il Consiglio della Bce continua a prevedere che il livello dei tassi di interesse resti a lungo su questi livelli o più bassi, oltre l’orizzonte temporale del Qe.

Reagisce bene Piazza Affari alla decisione di Francoforte. Il Ftse Mib, in attesa delle parole di Mario Draghi in conferenza stampa, arriva a guadagnare l’1,62%.

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LA BCE FA TERRORISMO PSICOLOGICO: “COI POPULISTI MERCATI IN TILT”

Ieri mattina il Financial Stability Review ha pubblicato un documento redatto e presentato da Vitor Costancio, vice Presidente della Bce. All’interno di questo documento, che viene presentato a cadenza semestrale, è illustrato in maniera dettagliata lo stato di salute dell’economia dell’Unione europea, i problemi da risolvere, le opportunità e i rischi per il futuro.

Nel capitolo 2 del report, dedicato ai mercati finanziari, si fa specifico riferimento ad un possibile “calo dei rendimenti dovuti all’incertezza politica”. In particolare, come riportato anche da Bloomberg, ciò da cui la Bce vuole mettere in guardia è “il protezionismo economico che potrebbe emergere in seguito alla vittoria dei populisti nel Vecchio Continente”. E ancora “una più elevata instabilità politica nei prossimi mesi potrebbe mettere pressione alle banche deboli e ai Paesi con un elevato debito pubblico”.

Da queste non troppo velate dichiarazioni pare dunque che i piani alti della Bce vogliano in qualche modo “suggerire” una specifica strada per le prossime votazioni previste in Europa. Il calendario elettorale lungo il Continente è infatti fittissimo e il portale Bloomberg pone molta enfasi su questo. Il 4 dicembre sarà infatti la data sia del referendum italiano, su cui si giocherà probabilmente la sopravvivenza del governo in carica, sia delle elezioni presidenziali in Austria. Queste ultime vedranno la ripetizione del ballottaggio tra Norbert Hofer, candidato del partito di destra FPO, e Alexander Van der Bellen, candidato indipendente dei Verdi.

Secondo gli ultimi sondaggi pubblicati dal tabloid austriaco Osterreich, il gradimento dell’FPO sarebbe al 53% contro il 47% dei Verdi. È possibile che il report della BCE si riferisse proprio alla probabilità di vittoria dei “populisti” austriaci. L’agenda elettorale europea segna poi le elezioni olandesi a marzo 2017. Anche in questo caso il primato nei sondaggi spetta al Partito della Libertà di Geert Wilders, che in tempi non sospetti aveva dichiarato di voler far uscire l’Olanda dall’Unione europea.

In Francia la lancetta politica punta ugualmente a destra: le elezioni sono previste per fine aprile 2017 e il Front National di Marine Le Pen mira al ballotaggio (nelle elezioni regionali 2015 aveva ottenuto il 27.3%, affermandosi come primo partito in Francia).

Trema pure la Germania: la Cancelliera Merkel dovrà vedersela con l’Alternative Fur Deutschland, che nelle regionali dello scorso settembre ha battuto proprio il partito della Merkel nel laender di Macklenburg-Pomerania Orientale.

Quello che la Bce chiama “populismo” ha dunque la possibilità di ottenere una voce rilevante nelle principali nazioni dell’Unione. Tuttavia, dati i toni fortemente allarmistici del Report targato Costancio, è verosimile aspettarsi una qualche azione “preventiva” della Bce stessa. La risposta a questo è presente nello stesso documento finanziario: “C’è il rischio di riaccendersi delle preoccupazioni sulla sostenibilità dei debiti pubblici e privati in un contesto di bassa crescita, se l’incertezza politica dovesse portare ad uno stallo delle riforme”.

Proviamo a tradurre la frase: se si affermeranno i partiti “populisti” (incertezza politica) questi non attueranno le riforme chieste da Bruxelles, ma anzi torneranno indietro; l’effetto di ciò potrebbe essere un’esplosione dei debiti pubblici.

Sappiamo d’altro canto che da quasi due anni la Bce ha posto in atto il Quantitative Easing, ovvero un programma straordinario di acquisto di titoli di debito pubblico da parte della Bce, con l’obiettivo di renderla garante dei debiti pubblici sovrani. Se infatti la Bce acquista titoli di Stato, il tasso d’interesse di questi scende o rimane stabile, proteggendo così il Paese da quella che viene chiamata crisi del debito. Come mai la Bce in un report ufficiale dichiara la possibilità di rischio di esplosione del debito pubblico, quando lei stessa sta attuando un programma per esserne garante? Non vorremmo mai pensare male e che la Bce possa volontariamente interrompere una sua funzione per influenzare in qualche modo le elezioni.

Tuttavia vi è purtroppo un precedente storico che riguarda proprio l’Italia. Il 5 agosto del 2011 infatti Jean Claude Trichet e Mario Draghi inviarono una lettera strettamente riservata all’allora governo Berlusconi che, come riportata da Il Sole 24 Ore, così recitava: “Caro Primo Ministro, Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani.

Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori…Il Consiglio direttivo ritiene che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali.”

Era il periodo in cui il governo Berlusconi tentennava nell’applicare il pacchetto di riforme “proposto” dalla Troika (Bce, Fmi, Commissione europea). Sappiamo poi da un documento dal titolo “Le politiche della BCE che riguardano l’acquisto di Titoli di Stato: impatti e canali”, stilato da tre economisti americani, che dall’estate 2011 fino al novembre dello stesso anno, la BCE smise di acquistare titoli di Stato italiani.

La conseguenza fu l’innalzamento dei tassi d’interesse, lo spread con i titoli tedeschi, il rischio altissimo di crisi del debito e le inevitabili dimissioni di Silvio Berlusconi. Seguì la nomina di Mario Monti a Primo Ministro, che applicò alla lettera quanto era stato richiesto nella missiva stilata dalla Bce. Lo scontro tra mondo finanziario e “populisti” pare dunque essere solo all’inizio.

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