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SALVATE IL SOLDATO #ALFANO (VESTITO DA RAMBO)… CHE LA DIVISA È UNA COSA SERIA

Il fascino della divisa, quando si tratta di uomini politici, non sempre ottiene l’effetto sperato. Basta vedere quello che è successo con Angelino Alfano, ministro degli Esteri tuttora in carica. A Mariupol, sul fronte ucraino orientale, giovedì scorso si è presentato con elmetto, giubbotto antiproiettile, scarpetta di cachemire e occhialoni.

Una immagine esilarante, che ha scatenato le ironie del web. Alfano era presente come presidente dell’Osce. Infatti, dal 1° gennaio 2018 l’Italia presiede l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e da protocollo spetta al ministro degli Esteri ricoprire questo incarico. La missione a Kiev e Mosca era per discutere le prospettive di normalizzazione della crisi ucraina, ma in Italia si è parlato più di questa foto che di scenari internazionali.

Alfano è solo l’ultimo di una lunga serie di politici vestiti da Rambo

Non è l’unico caso di esponenti di governo di centrosinistra che vengono attratti dall’idea di indossare l’uniforme. Spesso sono leader politici che si sono dimostrati freddi, se non addirittura ostili, nei confronti delle forze armate. Poi arriva la trasformazione: quando arrivano nel posto di comando e respirano l’aria della caserma, cedono alla tentazione di interpreatare una nuova versione di Rambo, pur rischiando di diventare ridicoli.

Matteo Renzi si era presentato in mimetica, durante la visita ai “caschi blu” italiani dell’Unifil nel sud del Libano, il contingente più numeroso delle missioni all’estero.

Non era stato da meno l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini in occasione della visita al quartier generale dei nostri militari a Nassiriya. Casini aveva trascorso una giornata con i militari italiani in Iraq in occasione dell’avvicendamento dei contingenti, senza rinunciare alla mimetica.

Persino il solitamente misurato Enrico Letta era stato immortalato con elmetto e giubbotto antiproiettile. Neanche a lui a resistito al fascino della divisa. Mostrando un notevole sprezzo del ridicolo.

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Fact checking


Fact checking

TOH, SCANDALO AD AGRIGENTO: INDAGATO IL PAPÀ DI ANGELINO ALFANO PER ASSUNZIONI PILOTATE

Tutti dentro. Un prefetto, un ex governatore, un ex presidente della Provincia, un ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, un ex direttore dell’Inps, il presidente dell’Antitrust.

E poi ancora sindaci, politici locali, deputati, imprenditori, avvocati e giornalisti. Ma il nome che più fa rumore in tutta questa vicenda è quello del padre del ministro degli Esteri Angelino Alfano. C’è anche Angelo Alfano, infatti, tra i 73 avvisi di proroga delle indagini notificati ieri dalla procura di Agrigento.

La storia è quella di una maxi inchiesta che ipotizza un’associazione a delinquere finalizzata ad assunzioni pilotate fatte dalla Girgenti Acque, società che gestisce il servizio idrico e fognario in molti comuni della provincia della città dei Templi, in cambio di favori. Agli indagati vengono contestati i reati di associazione per delinquere, truffa, corruzione, voto di scambio, riciclaggio, false comunicazioni sociali e inquinamento ambientale.

Tutto ruota attorno alle modalità di gestione della società Girgenti Acque e queste indagini sono volte ad accertare le modalità di assunzioni nell’azienda: gli inquirenti ipotizzano scambi di favori e voti in cambio dell’ingresso in società di parenti e amici. Insomma, il solito scandalo all’italiana.

Il provvedimento è stato firmato dal capo della Procura di Agrigento, Luigi Patronaggio e dai pubblici ministeri Salvatore Vella, Alessandra Russo e Paola Vetro che nella richiesta spiegano che il 13 gennaio è scaduto il termine di sei mesi dell’inscrizione nel registro degli indagati, ma che non si sono ancora concluse le indagini preliminari, «per la complessità della vicenda processuale». Una proroga chiesta fino al prossimo 13 luglio, ritenuta «indispensabile – viene spiegato – ai fini dell’accertamento della verità nell’interesse della giustizia».

Che qualcosa stesse bollendo in pentola si era già capito nei giorni scorsi quando carabinieri e finanzieri si erano recati nella zona industriale di Agrigento, dove ha sede la Girgenti Acque, perquisendo gli uffici della società e sequestrando faldoni, carte e file dai pc.

Ma ciò che è accaduto poi nei giorni successivi va decisamente oltre l’immaginazione. Nell’inchiesta, infatti, ad essere coinvolti sono personaggi importanti della politica e dell’economia dell’intera provincia di Agrigento: oltre al padre dell’attuale ministro degli Esteri, il prefetto di Agrigento Nicola Diomede, gli amministratori presenti e passati di Girgenti Acque, come Marco Campione (in questi giorni tra i più quotati per far parte delle liste di Forza Italia alle prossime Politiche) e Giuseppe Giuffrida.

L’inchiesta, inoltre, andrebbe anche oltre i confini della provincia: come riportato da LiveSicilia.it le indagini coinvolgerebbero l’ex governatore Raffaele Lombardo e il fratello Angelo, l’ex presidente della Provincia di Agrigento Eugenio D’Orsi, l’ex presidente del Cga Raffaele De Lipsis, il presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella e l’ex direttore dell’Inps Gerlando Piro.

E ancora, i deputati e gli ex deputati nazionali e regionali Riccardo Gallo, Angelo Capodicasa, Giovanni Panepinto ed Enzo Fontana, nonché Pasquale Leto, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate di Agrigento. L’indagine riguarda anche Pietro Arnone, amministratore di Hidrotecne, società di distribuzione acqua controllata da Girgenti Acque. Insomma, un vero e proprio terremoto giudiziario destinato ad avere importanti ripercussioni politiche nazionali.

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IL PASSO IN DIETRO DEL LEADER DELLE “PIROETTE” POLITICHE, ALFANO: “NON MI RICANDIDO, CERCHERÒ UN LAVORO”

E poi dicono che non ha il quid. «Non sarò più ministro. Non farò il parlamentare. Non mi ricandiderò».

Frasi secche, concetti netti, promesse chiare. Certo, qualcuno penserà male: a Silvio Berlusconi che non lo rivuole indietro, a Matteo Renzi che gli ha chiuso la porta in faccia, al partito che gli si sta sciogliendo in mano, al tre per cento di sbarramento irraggiungibile, al massacro elettorale da evitare, alla faccia da salvare. Ma insomma, intanto Angelino Alfano il passo indietro l’ha fatto.

O forse no? «Farò campagna elettorale – annuncia a Porta a Porta il ministro degli Esteri – dimostrerò che si può fare politica anche fuori del Palazzo». E molti già ironizzano: Angelino come Dibba, pronto a rientrare al prossimo giro. Poi però, quando lui spiega di «non essere legato alla poltrona» e di volersi «riprendere un pezzo della mia vita», i social impazziscono perché Alfano una «vita fuori dal Palazzo» non ce l’ha mai avuta.

Onorevole dalla nascita, politico da sempre. Enfant prodige di Forza Italia, consigliere regionale in Sicilia nel 1996, a soli ventisei anni, deputato dal 2001. Da allora una carriera sempre in ascesa.

Guardasigilli per tre anni, dal 2008 al 2011, nell’ultimo esecutivo guidato di Silvio Berlusconi, fino alla giravolta che, agli occhi del Cavaliere e del popolo di centrodestra, lo ha trasformato dall’erede, il leader del futuro, nel traditore «senza quid».

Persa la stima del Cav, persa l’investitura ma non la poltronissima di governo. Dopo la parentesi di Mario Monti e dei suoi super tecnici, rieccolo infatti nella sua qualità di ministro perenne, al Viminale con Enrico Letta e Matteo Renzi e alla Farnesina con Paolo Gentiloni.

Non che nei suoi dicasteri abbia mai dato grandi prove. Della sua gestione degli Interni si ricorda soprattutto la contestata espulsione dall’Italia di Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, che provocò una richiesta di sfiducia individuale. E sui flussi di immigrazione è dovuto arrivare Marco Minniti per invertire la rotta sulle modalità di accoglienza ed ottenere qualche risultato.

Quanto alla sua presenza agli Esteri, la medaglia di Angelino potrebbe essere la clamorosa bocciatura di Milano come sede dell’agenzia europea del farmaco Ema: secondo i critici il titolare della Farnesina non avrebbe curato abbastanza il dossier e i rapporti con i principali partner Ue.

Poi c’è il capitolo collaterale degli scandali, veri o presunti. Dall’affare dell’accoglienza dei migranti, spesso affidata a personaggi vicini a Ncd, al sottosegretario Giuseppe Castiglione, finito sotto inchiesta per la gestione del Cara di Mineo, alle polemiche sull’assunzione alle Poste del fratello Alessandro. Tanti casi mediatici che però non hanno influito sulla sua carriera.

Ad affondarlo semmai sono state le sue scelte politiche. In questi sei anni, dopo la rottura con Berlusconi, Alfano ha creato un partito, Ncd, il Nuovo centrodestra, poi dopo varie confluenze diventato Ap, da qualche mese a serio rischio di estinzione, anzi di implosione, indebolito dalla defezioni, dilaniato dalle spinte contrapposte dell’ala destra di Maurizio Lupi che spera di tornare con Berlusconi e dell’ala sinistra di Beatrice Lorenzin che punta invece ad accasarsi nel Pd.

La botta finale gliel’ha data probabilmente la pesante sconfitta subita in casa, alle elezioni regionali siciliani, dove il suo partito non ha nemmeno superato la quota di sbarramento. Se era la prova generale dell’intesa elettorale tra Pd e Ap, forse allora Renzi ne ha preso atto e gli ha negato i posti in lista. E così ad Alfano, tanto per usare il politichese, non è rimasto che «trarre le conseguenze». Per ora.

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VERDINI AL LAVORO TRA SMS E SILENZI: ALFANO TEME DI ESSERE SCAVALCATO

Denis Verdini sta mettendo le mani sulla maggioranza di governo. Dopo essere stato – senza non poco imbarazzo da parte di Renzi – il fulcro della riforma della Costituzione, ora il leader di Ala è deciso a piazzare una sua pedina nel nascituro governo di Paolo Gentiloni.

Secondo i primi rumors il candidato sarebbe Marcello Pera, ex ministro dei governi Berlusconi e uomo di peso istituzionale.

Una figura che potrebbe alleviare i mal di pancia interni al Pd spaventati dall’idea di dover condividere un governo con Vincenzo D’Anna e colleghi.

E sono proprio loro a scalpitare maggiormente. Dopo la fusione tra Ala e Scelta Civica, Enrico Zanetti punta a mantenere la poltrona di viceministro all’Economia.

Altri invece vorrebbo per loro un posto al sole. E così a doverli tenere a bada è sempre lui, Denis. Che di mediazioni se ne intende eccome.

Per un giorno e mezzo ieri Verdini non ha risposto al telefono a nessuno. O almeno non a chi lo stava chiamando per chiedere una poltroncina.

Poi, come riporta il Corriere, ha preso lo smartphone e ha scritto un sms a tutti i componenti dei gruppi parlamentari di Ala. “Cari amici – ha scritto – al momento non ho avuto alcun contatto con Paolo Gentiloni.

I nomi di cui sentite parlare come possibili ministri non hanno alcun fondamento. Vi terrò aggiornati“.

La vera lotta è quella con Alfano. Entrando in maggioranza, Verdini si ritroverebbe da odiato compagno di banco a terza forza di governo. E il ministro dell’Interno ha paura che nel conto dei ministeri Denis possa superare Ncd.

Per questo lo avrebbe detto anche a Renzi prima della crisi di governo che “su questo non transigiamo”. Poi però le cose cambiano. E ora il premier incaricato è Paolo Gentiloni.

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