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TERRORISTI ISLAMICI ARRIVATI CLANDESTINAMENTE IN ITALIA DAL NORD AFRICA

”La minaccia terroristica non è diminuita, dobbiamo essere certi che non vi siano attraversamenti delle frontiere dell’Ue non intercettati, perché questo va a scapito della sicurezza europea”.

Così il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, al Parlamento europeo, parlando dell’operazione Themis. Leggeri ha spiegato che i velivoli di Frontex hanno rilevato flussi di migranti clandestini non intercettati da Algeria e Tunisia che sono sbarcati in Italia, che pongono ”preoccupazioni di sicurezza” e su cui si sta lavorando.

D’altra parte, l’assenza di controlli marittimi sulle imbarcazioni che salpano dal nord Africa verso le coste italiane è il prodotto del lassismo dei governi Pd al potere in Italia da quattro anni.

E il terrorismo islamico ne approfitta facendo arrivare i suoi peggiori e più pericolosi elementi.

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LA FRASE DI TRUMP A SORPRESA: “NON VOGLIO IMMIGRATI DA HAITI, EL SALVADOR E AFRICA, SONO CESSO DI PAESI”

Frase shock pronunciata da Donald Trump durante un incontro nello Studio Ovale con alcuni membri del Congresso. A chi gli chiedeva di riconsiderare la decisione di togliere lo status di protezione a migliaia di immigrati da Haiti, El Salvador e da alcuni Paesi africani, il presidente avrebbe risposto: “Perché gli Usa dovrebbero avere tutta questa gente che arriva da questo cesso di Paesi?”. Lo riporta il Washington Post citando alcuni dei presenti.

Un’espressione volgare quella di “shithole countries” usata dal presidente americano e che subito ha scatenato polemiche. Trump si sarebbe spinto anche oltre: gli Stati Uniti dovrebbero attirare più immigrati da Paesi come la Norvegia. I presenti all’incontro, secondo indiscrezioni riportate dai media americani, sarebbero rimasti spiazzati dal duro attacco del presidente.

Il senatore repubblicano Lindsay Graham e quello democratico Richard Durbin sono rimasti gelati: solo pochi minuti prima, avevano proposto di tagliare del 50% la lotteria per i visti di ingresso negli Usa continuando a tutelare gli immigrati già residenti nel Paese con lo status di protezione. Status accordatogli in quanto costretti a lasciare i loro Paesi di origine per sfuggire alle conseguenze di catastrofi come i devastanti terremoti che negli anni passati hanno colpito El Salvador o Haiti.

La Casa Bianca non smentisce le ricostruzioni, limitando a dire: “Alcuni politici a Washington scelgono di combattere per Paesi stranieri, ma il presidente combatterà sempre per gli americani”, afferma il vice portavoce della Casa Bianca, Raj Shah. “Come altri Paesi che hanno un sistema dell’immigrazione basato sul merito, il presidente si batte per una soluzione permanente che rafforzi il paese dando il benvenuto a coloro che possono contribuire alla nostra società e far crescere la nostra economia”.

Le parole pronunciate da Trump incontrando alcuni membri del Congresso nell’ambito delle trattative per sciogliere il nodo dei Dreamer fanno eco a quelle che il presidente avrebbe pronunciato nei mesi scorsi. Lo scorso giugno avrebbe infatti detto che i 15mila haitiani arrivati negli Stati Uniti nel 2017 “hanno tutti l’Aids”. Non se la sono cavata meglio i 40.000 nigeriani giunti negli Usa lo scorso anno: “Non torneranno più nelle loro capanne”.

Trump al Wsj: “Ho un buon rapporto con Kim Jong-Un”

 Ma Trump stupisce anche su un altro fronte: la Corea del Nord. A sorpresa in un’intervista al Wall Street Journal afferma di “avere probabilmente un rapporto molto buono con Kim Jong-Un”. Il presidente non entra nel dettaglio e non chiarisce se ci siano stati contatti diretti. Alla domanda su possibili colloqui fra Trump e Kim, il presidente risponde: “Non commento. Non voglio dire se l’ho fatto o meno. Non voglio commentare”.

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ED ORA ERDOGAN VUOLE UN PEZZO D’AFRICA: PRESTO UNA BASE TURCA IN SUDAN

Ciad, Sudan e Tunisia: sono questi i Paesi africani recentemente visitati dal presidente turco, Erdogan. Un viaggio particolarmente importante per comprendere il presente e il futuro del Nordafrica e del Sahel, ma anche per intuire la proiezione turca nel continente africano dopo l’avanzata di Ankara nel Corno d’Africa.

Erdogan, nella sua prospettiva neo-ottomana, non ha mai nascosto di avere l’Africa nel mirino. Un continente giovane, con prospettive di crescita, con una piattaforma culturale potenzialmente affine alle mire di Ankara – soprattutto grazie agli appoggi della Fratellanza Musulmana e del Qatar -, ma soprattutto centrale nella politica estera turca per penetrare nelle rotte commerciali mondiali che toccano quei Paesi. Dopo la Somalia, vero avamposto turco in Africa orientale, Erdogan aggiunge quindi nuovi tasselli al mosaico ottomano.

La tre giorni di vertici con i suoi omologhi africani, tra il 24 e il 26 dicembre, è stata particolarmente interessante specialmente per ciò che riguarda il Sudan. Con il presidente Bashir, con cui Erdogan condivideva già una serie di progetti politici, adesso l’alleanza si fa sempre più stretta e preoccupa il governo del Cairo, avversario geopolitico della Turchia in Nordafrica e Medio Oriente.

Durante il vertice fra il presidente turco e quello sudanese, è stata conclusa un’intesa per la costruzione di un cantiere navalae turco nell’isola di Suakin. Un progetto che rievoca gli antichi fasti dell’impero ottomano, quando il sultano Selim I, nel 1517, indicò l’isola sudanese come base per i traffici commerciali nel Mar Rosso.

Ma oltre all’importanza storica e di propaganda (non secondaria, comunque, nella logica di Erdogan), il motivo principale di questa scelta ricade sull’importanza strategica dell’isola nel controllo dei traffici marittimi di uno dei mari più importanti del mondo per ciò che concerne lo scambio di risorse e merci.

Nel Mar Rosso passano circa 3.3 milioni di barili di petrolio al giorno e non a caso tutte le potenze mondiali sono impegnate nella militarizzazione della costa africana, in particolare a Gibuti e in Somalia, per ottenere punti di controllo sulle rotte mercantili.

Dalle potenze economiche asiatiche a quelle europee, passando per la presenza militare americana, delle monarchie del Golfi e ora turca, tutti gli Stati sono interessati a disporre di una forza in quella regione.

La Turchia non fa eccezione e, dopo la base di Mogadiscio in Somalia, adesso ottiene un porto di estrema rilevanza proprio nel mar Rosso grazie agli accordi con il Sudan, Paese che si è da tempo spostato verso l’orbita russa e turca (e in parte anche cinese), abbandonando le sirene occidentali.

La questione dell’arrivo dei turchi in Sudan non è passata inosservata specialmente in Egitto. I media egiziani hanno voluto sottolineare la pericolosità della presenza militare turca al confine meridionale del Paese, soprattutto alla luce dei recenti avvenimenti in Siria e l’ascesa di Erdogan quale leader lontano dal blocco saudita a cui l’Egitto resta ancora legato.

Non è un mistero che il divario fra Ankara e Il Cairo sia notevolmente aumentato dopo la deposizione di Morsi e l’ascesa al potere di al Sisi. In quel passaggio di consegne, l’Egitto ha praticamente abbandonato l’asse con il Qatar, di cui la Turchia resta alleata fondamentale, abbracciando la visione saudita.

Adesso, con il Sudan che concede un porto alla marina militare turca, il governo egiziano sente in qualche modo franare la strategia marittima voluta da al Sisi che, dopo aver ceduto le due isole di Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita e aver in sostanza regalato il controllo del golfo di Aqaba, adesso si ritroverebbe le navi turche in un Paese con cui già i rapporti non sono facili.

Se da una parte questa avanzata turca mette a repentaglio la strategia egiziana e, in ultima analisi, anche quella saudita, dall’altro lato dimostra come Ankara si stia ormai trasformando in un attore geopolitico autonomo e fondamentale nella regione nordafricana e in tutto il settore che va dal Medio Oriente al Corno d’Africa.

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