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ANZIANO AGGREDITO CON ACQUA BOLLENTE: NON RISCHIA LA VITA

Un 60enne di Castelfidardo (Ancona) è stato aggredito che alla vigilia di Natale in casa sua da uno sconosciuto che gli ha gettato addosso dell’acqua bollente. Inizialmente si era diffusa la voce che l’attacco fosse stato compiuto con dell’acido. Anche la gravità delle ferite è stata ridimensionata: la prognosi è di 15 giorni.

Non era acido, come aveva denunciato la vittima al 118, ma acqua bollente quella che qualcuno avrebbe gettato addosso al 60enne di Castelfidardo aggredito nella sua abitazione per motivi ancora sconosciuti.

L’uomo ha riportato ustioni meno gravi di quelle che in un primo momento sembrava avesse subito: la prognosi è di 15 giorni. Secondo i carabinieri si tratterebbe di una lite in ambito domestico, anche se l’uomo, che dice di non ricordare nulla di quanto accaduto, vive da solo.

La vicenda presenta lati oscuri e la vittima – un italiano con piccoli precedenti che però non giustificherebbero, secondo i carabinieri, l’aggressione – non sarebbe di alcuna utilità nel ricostruire l’accaduto perché sostiene di non ricordare bene. L’aggressione sarebbe avvenuta in cucina.

Dopo essere stato colpito alla testa ed essere stato cosparso d’acqua bollente, il 60enne ha chiamato il 118. Sul suo telefonino non vi sarebbe traccia delle ultime chiamate, e anche sul luogo dell’aggressione non vi sarebbero elementi utili per le indagini.

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I DIECI LUOGHI FATATI IN CUI L’ACQUA CREA DEGLI SPETTACOLI MERAVIGLIOSI

Un tuffo nei colori nei giorni più rigidi dell’inverno: è il miglior auspicio per cominciare con calore il Nuovo Anno, tra scenari incantati e meraviglie della natura.

Abbiamo scelto dieci piscine naturali, in cui si può nuotare veramente, alcune delle quali sono molto celebri e altre più inconsuete.

NORTH NARRABEEN TIDAL POOL – SYDNEY – AUSTRALIA – Le tidal pools, che traducendo alla lettera possiamo chiamare “pozze di marea”, sono bacini rocciosi sulla riva del mare che si riempiono con il salire del livello dell’acqua.

In molti casi formano un tutt’uno con l’oceano, eccetto che nelle fasi in cui la marea si ritira. Spesso sono l’habitat di specie marine particolarmente adattabili e ospitano un vero e proprio ecosistema.

Una delle più belle e scenografiche è la North Narrabeen Tidal Pool di Sydney.

KUANG SI FALLS – LUANG PRABANG – LAOS – E’ un sistema di cascate a tre livelli che inizia con un gruppo di vasche poco profonde alla sommità di una collina.

L’acqua si raccoglie in diverse piscine di colore turchese, alcune delle quali sono balneabili, e poi scorre a valle con un salto alto 60 metri.

Si trovano a circa 25 chilometri a sud-est di Luang Prabang.

HINATUAN ENCHANTED RIVER – ISOLA DI MINDANAO – FILIPPINE – Il fiume Hinatuan è conosciuto con il nome di “Fiume Incantato” per la bellezza e la trasparenza delle acque che assomigliano a quelle di una fantastica piscina.

L’aura magica del luogo è accresciuta dal fatto che non è mai stata individuata la sorgente da cui ha origine il corso d’acqua: secondo le leggende locali il posto è abitato dagli spiriti, i quali vegliano sulle acque e impediscono ai visitatori di fare il bagno dopo il calar del sole. Il sito, in effetti, è un’attrazione turistica e chiude alle ore 17.

CASCATA HAVASU – ARIZONA – USA – E’ in una posizione piuttosto difficoltosa da raggiungere, ma la sua bellezza merita lo sforzo dell’escursione: si trova a circa quattro ore di viaggio dal Grand Canyon e domina un anfiteatro naturale scavato in una parete di roccia rossa tipica di questa regione.

Alimenta una incantevole piscina naturale dall’acqua color turchese in un contrasto cromatico di grande effetto.

HAMILTON POOL, DRIPPING SPRINGS, TEXAS – E’ un grande bacino naturale che si è formato dopo il crollo della volta di un fiume sotterraneo migliaia di anni fa.

E’ situato a circa 37 chilometri ad ovest di Austin, in Texas. Dal 1960, Hamilton Pool è aperto al pubblico e nei mesi estivi è possibile la balneazione. La piscina è circondata da grandi lastre di calcare con grandi stalattiti.

HIERVE EL AGUA – OAXACA – MESSICO – Il nome di questo sito in spagnolo significa “L’acqua bolle”: è un insieme di formazioni rocciose naturali che all’aspetto sembrano vere cascate di acqua.

Il sito si compone di due ripiani di roccia da cui si estendono formazioni di sedimenti calcarei di colore quasi bianco.

Una delle scogliere, chiamato “Cascada Chica” (piccola cascata) ospita una serie di piccole piscine naturali oltre a due vasche artificiali per il nuoto.

IK KIL CENOTE – YUCATAN – MEXICO – Si trova nel Centro-nord della penisola dello Yucatan e fa parte del Parco Archeologico.

Questo cenote, ovvero una sorta di grotta con presenza di acqua dolce originata di solito da fenomeni carsici, non è coperto da volta: ha un diametro di circa 60 metri e una profondità di 40. Le acque, blu e limpidissime, si fermano 26 metri sotto il livello del suolo.

MAR MORTO – GIORDANIA/ISRAELE – E’ un lago salato situato tra Israele, Giordania e Cisgiordania, nella regione storico-geografica della Palestina.

Si trova nella depressione più profonda della Terra, a circa 415 m sotto il livello del mare, generata da millenni di evaporazione delle sue acque non compensate da quelle degli immissari e con un divario in continuo aumento.

L’alto grado di salinità dell’acqua non consente la sopravvivenza di alcuna forma di vita, ad eccezione di alcuni tipi di batteri e impedisce in pratica il nuoto, a causa di un eccessivo galleggiamento.

LE PISCINE LAVICHE DI PORTO MONIZ – MADEIRA – PORTOGALLO – Si trovano sulla punta nordoccidentale dell’isola portoghese dell’isola nell’Oceano Atlantico.

Sono bacini naturali formatisi nelle scogliere di roccia vulcanica, in cui il ricambio di acqua, sempre cristallina, è garantito dal ciclo delle maree. Intorno ai bacini sono state costruite terrazze in cemento, utilizzati come solarium dai bagnanti.

FAIRY POOLS – SKYE – SCOZIA – Letteralmente il loro nome significa “Piscine delle fate”: si trovano sull’isola scozzese di Skye, nelle Ebridi.

L’isola può essere raggiunta in traghetto, ma anche per mezzo di un ponte: le piscine fanno parte di un complesso di fiumi e piccole cascate che scendono dalle Cuillin Mountains, hanno acque trasparenti come il cristallo e sono circondate da una natura selvaggia.

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BATTUTO IL RECORD DI PARTECIPANTI AL CIMENTO, IL CONSUETO TUFFO DI SANTO STEFANO NELLE ACQUE DEL LEVANTE

Quest’anno il clima è tutto sommato mite e quindi non è stato difficile per gli amanti del Cimento invernale, abituati a sfidare temperature molto più rigide, a tuffarsi nelle acque a 14 gradi di Riva Trigoso, vicino a Sestri Levante, in Liguria.

Al netto delle assenze giustificate di alcuni assidui frequentatori di questa goliardica manifestazione, fermati dall’influenza, quest’anno, secondo gli organizzatori, è stato battuto il record di presenze:

più di 200 persone hanno deciso di sfidare le onde invernali per rinnovare simbolicamente la tradizione dei pescatori.

E’ stato alto anche il tasso di giovani e giovanissimi. Fra questi, molti si sono lanciati fra le onde indossando i cappelli da babbo natale o le corna da renna, e improvvisando una sfida di pallanuoto.

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L’ACQUA VALE COME L’ORO, MA SOLO SE C’È UN TAPPO DA APRIRE..

Ciao età dell’oro, viviamo ormai nell’età dell’acqua. Imbottigliata. Le chiare, fresche, dolci acque hanno un tappo (che le donne non sanno aprire. Mai), un’etichetta e un codice a barre. Con buona pace di Francesco Petrarca.

L’Italia è il Paese dell’acqua.

Ne consumiamo ogni anno circa 200 litri a testa, solo Messico e Arabia Saudita sono al nostro livello: ma nel primo Paese si consiglia perfino ai turisti di evitare di ingerire quello che esce dai rubinetti; e il secondo è desertico. Noi invece abbiamo una rete idrica piena di dispersione ma tutto sommato buona, che fornisce in quasi tutta Italia acqua eccellente.

Com’è quindi che abbiamo trasformato un bene primario, perfino politico, in un gadget dalla confezione in plastica? E quando abbiamo deciso di pagare due volte per lo stesso bene, in bolletta e al supermercato?

Intanto un po’ di numeri. Ogni «cittadino del mondo» consuma 35 litri di acqua imbottigliata ogni anno. L’Italia, come detto, ne beve sei volte di più, con 196 litri pro capite all’anno, oltre mezzo litro al giorno.

Un consumo spropositato, frutto di un boom piuttosto recente: fino a trent’anni fa, infatti, l’«uso personale» di noi italiani era di 65 litri pro capite. Ma le bottigliette da mezzo litro, che (…)

(…) entrano nelle borsette, negli zaini e nelle tasche dei cappotti, erano di là da venire.

Ogni anno in Italia si imbottigliano 12,5 miliardi di litri (245 nel mondo) da 300 sorgenti attive gestite da 170 aziende di imbottigliamento che producono 608 differenti etichette.

La vendita avviene prevalentemente nei supermercati (55 per cento dei volumi e 59 dei valori), seguiti dai discount (18,5 e 12,7) e poi da ipermercati e piccoli negozi a libero servizio.

Le aree geografiche dove si consuma più acqua sono il Nord Ovest (28,9 per cento a volume e 30,6 a valore), seguito dal Sud con la Sicilia (27,8 e 23,7), dal Centro più Sardegna (25 e 26,3) e Nord-Est (18,3 e 19,4).

BOLLICINE DI MARCA

Il business da 2,3 miliardi di euro all’anno è però nelle mani di pochi.

I primi otto grandi gruppi del settore detengono una quota di mercato pari al 72 per cento: il gruppo Nestlè (che ha in Italia la San Pellegrino, la Panna, la Recoaro e la Levissima), San Benedetto (San Benedetto, Guizza, Nepi, Cutolo), Fonti di Vinadio (Sant’Anna), Norda-Gaudianello, Cogedi (Uliveto e Rocchetta), Ferrarelle (Ferrarelle, Natìa, Santagata, Boario, Fonte Essenziale), Spumador (Valverde, S. Antonio, San Carlo, Mood) e Lete.

In Italia, contrariamente a quanto succede all’estero (e lo vedremo) le acque minerali sono un bene di consumo dal prezzo assai basso: la gran parte delle bottiglie da 1,5 litri in pet costano tra i 20 e i 40 centesimi.

Un po’ più care le acque straniere (Perrier ed Evian le più diffuse), quelle gourmet (la San Pellegrino, la Panna, la Nepi, la Filette) e quelle come la Uliveto, la Sangemini, la Fiuggi, che da sempre sono ritenute a torto o a ragione «curative».

Per queste bottiglie si va dai 50 centesimi a bottiglia e spesso si sfiora l’euro. Prezzi che leggiamo con noncuranza, ma che sono enormi rispetto al prezzo di un litro di acqua potabile da rubinetto, che è un millesimo di euro.

A rendere appetibile il business sono quindi i volumi. E soprattutto gli esigui canoni di concessione delle falde, che sono beni demaniali regolati da norme regionali molto varie che configurano una sorta di far west: molte regioni fanno pagare una concessione legata alla superficie occupata dallo stabilimento e non alla quantità di acqua prodotta, altri utilizzano sistemi misti.

Il risultato è che le aziende spesso multinazionali pagano alle regioni cifre che in molti casi non riescono a ripagare nemmeno le spese necessarie per i controlli sanitari o per lo smaltimento della plastica.

Ciò rende l’industria dell’acqua in bottiglia una delle più remunerative in assoluto.

Per non parlare delle acque microfiltrate, pagate allo stesso prezzo della minerale pur essendo acqua di rubinetto arricchita con anidride carbonica e sali minerali. Un’operazione consentita dalla legge.

MA IL RUBINETTO NO?

Il paradosso è che noi italiani siamo tra i più grandi bevitori di acqua minerale pur avendo una rete idrica tra le migliori al mondo. Certo, in molte regioni del Sud ci sono ataviche carenze e la dispersione arriva, in province come Ragusa, al 76 per cento.

Certo, quattordici regioni italiane su 20 (si fa prima a elencare le altre: Basilicata, Trentino-Alto Adige, Molise, Emilia-Romagna, Veneto e Toscana) hanno subito condanne europee per l’organizzazione inefficiente della gestione dell’acqua, che pure dovrebbe essere semplificata per legge con un gestore unico per ogni ambito territoriale (Ato) dalla fonte alla depurazione.

Certo le bollette sono più salate, con punte di 381 euro l’anno a Pisa (per 150 metri cubi di acqua).

Malgrado ciò l’acqua che esce dai nostri rubinetti è sana e spesso anche buona di gusto: subisce controlli molto più frequenti e severi rispetto all’acqua in bottiglia e deve rispettate limiti di legge di contaminanti più rigorosa, fa bene all’ambiente (ogni anno si calcola che 600mila Tir attraversino l’Italia per trasportare bottigliette e poi ci sono i costi mostruosi per lo smaltimento), addirittura ci sono sistemi di disinfezione UV sperimentati in alcuni acquedotti che non lasciano alcuna traccia né chimica né organolettica.

E poi con il costo di una bottiglia da 1,5 litri acquistata al supermercato, vale a dire 40 centesimi, a casa compriamo un metro cubo di acqua, vale a dire mille litri.

IL FRATE E I MIRACOLI

E quindi chi ha «inventato» l’acqua in bottiglia come bene necessario? Secondo James Salzman, autore del libro Drinking Water, una «biografia» dell’acqua da bere, tutto nasce dall’abitudine dei frati di imbottigliare acque ritenute sante se non miracolose da vendere ai fedeli che le portavano a casa come souvenir del loro pellegrinaggio. Poi, nel 1740, in Gran Bretagna, Harrogate fu la prima fonte a lanciare sul mercato le proprie bottiglie di acqua.

Il business crebbe lentamente ma ricevette un duro colpo ai primi del Novecento, quando, dopo un’epidemia di tifo a Lincoln, in Inghilterra, spinse le amministrazioni a sperimentare il primo sistema di disinfezione delle acque pubbliche. Improvvisamente dai rubinetti di casa iniziò a uscire acqua perfettamente sana e potabile.

E dove non arriva il bisogno arriva la pubblicità. Nel 1977 il mondo occidentale fu stregato dallo spot della Perrier con la voce di Orson Welles che decantava l’acqua francese rendendola irresistibile. E inizò un’altra storia. Quella che stiamo vivendo ora.

LA MINERALE COME GADGET

Ma se noi italiani riflettiamo su un business enorme ma tutto sommato «pop», in molti Paesi l’acqua minerale è soprattutto un gadget, uno status symbol.

Ovunque nell’Europa del Nord l’acqua in bottiglia è percepita come uno sfizio costoso. Il risultato è la nascita di acque di lusso, con confezioni spesso di irritante sciccheria.

Come la Fiji, che arriva dall’omonimo arcipelago ed è venduta a 57,50 euro per 24 bottigline da mezzo litro. Come la spagnola Vichi Catalan, da molti considerata lo Champagne delle acque: 52,50 euro per 12 bottiglie da un litro.

Come la cilena Andes, decantata come la fonte di idratazione di una comunità eccezionalmente longeva, ideale, «grazie al suo Ph bilanciato», per fare il tè e allungare il whisky. Come la norvegese Voss, «una delle acque più pure e cristalline al mondo», e dalla bottiglia iconica.

Come la gallese Ty Nant, dalla bottiglia blu che molti dopo la bevuta mettono sulla mensola come soprammobile, anche per ammortizzare l’investimento.

Come la giapponese Fillico, con bottiglie che arrivano a costare 248 euro per 72 centilitri, e chi la vende avverte: prodotto da collezione, non adatto a essere consumato. Se il mondo ha perso la testa è perché si è ubriacato di acqua.

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