LA “MINACCIA” DEL SINDACO SALA: “SE AVRÒ LE ENERGIE TRA 2 ANNI MI RICANDIDO”…

«Se oggi fosse il 20 settembre del 2020, direi di sì, sarei pronto a ricandidarmi». Nello spazio eventi non affollatissimo (anzi) della festa del Pd in zona Martesana Beppe Sala getta il cuore un pò oltre l’ostacolo e prenota il bis a Palazzo Marino, strappando l’applauso dei presenti.

Non abbandona la prudenza degli ultimi mesi. «Ora – ha premesso ieri – considero la possibilità di un doppio mandato poi dipenderà veramente da come mi sentirò tra due anni, anche dalla salute. Ma mi sento centrato in questo ruolo, e credo di essere abbastanza tagliato per questo lavoro». Qui l’applauso scatta solo a comando, la platea forse è distratta. In casa Pd a Sala tocca massacrare un partito già a pezzi: «Oggi – afferma – non vedo a sinistra un leader, personalità in grado di esprimere forza e passione.

Ma invece di parlare di cene e controcene», il riferimento ovviamente è alla cena flop a cui l’ex ministro Calenda aveva invitato Renzi, Gentiloni e Minniti, «o di stracciarsi le vesti per le prossime elezioni Europee farei più attenzione a non perdere città come Bergamo dove Giorgio Gori si ricandida o Firenze dove corre per il bis Dario Nardella, non vorrei rimanere l’unico sindaco del centrosinistra».

Come a dire, la conquista dell’Ue è un miraggio e tanto vale concentrarsi sull’operazione salvezza delle roccaforti. Tante per essere ancora meno soft, «sarò fin troppo secco o pragmatico – continua Sala – ma ci vorranno almeno un paio d’anni prima che il Pd torni ad essere un partito che può governare». E sempre per definire le priorità, «invece che su congressi e primarie la sinistra dovrebbe confrontarsi di più con la gente e con domande urticanti come: l’immigrazione può essere controllata?».

Riconosce al leader della Lega Matteo Salvini «la capacità nell’uso dei social media, si è preparato dietro una macchina poderosissima che gli permette di invadere le coscienze collettive e portare a casa il consenso. Noi non dobbiamo inseguire sugli slogan, ma essere più furbi sì, e chiedere conto al governo delle promesse fatte ad esempio sui rimpatri». Prova (tiepidamente) a difendere l’ex segretario Pd Matteo Renzi, che «ha fatto cose buone, gli sono state attribuite fin troppe colpe» ma «non gli si perdona l’incapacità di fare squadra e un certo modo di essere».

E ribadisce (per ora) di non avere tentazioni da leader politico, «se mi venissero pensieri di fare carriera politica mi autoinibisco, resto concentrato su Milano». Tra due anni dovrà fare i conti anche con il gradimento: ieri sera – per dire – ha riunito la maggioranza per varare la stangata Atm, l’aumento del biglietto da 1,5 a 2 euro che scatterà dal 2019 quasi in concomitanza con l’accensione delle telecamere antismog di Area B. «C’è un aumento ma anche un sistema che protegge anziani e giovani e non aumentiamo gli abbonamenti annuali» si difende. Ma giudicheranno i cittadini, futuri elettori.

Sul tema Olimpiadi è stata invece un’altra giornata di bagarre. Dopo la presentazione della candidatura di Milano-Cortina due giorni fa nella sede del Cio a Losanna, Sala ha chiesto di «non perdere un giorno perchè ai primi di ottobre c’è il passaggio fondamentale sul progetto alla sessione del Cio a Buenos Aires.

Sui fondi non mi fascerei la testa, abbiamo trovato 400 milioni dai privati per Expo, le Olimpiadi sono ancora più attrattive e a Milano son arrivati marchi anche stranieri che possono essere interessati a fare da sponsor». Pensa probabilmente ad Apple, Starbucks, Google. «Mi aspetterei – chiosa – che dal governo venissero considerate un buon investimento e non una spesa che toglie soldi ad altro.

E fanno bene i governatori Fontana e Zaia a dire che è strano che lo Stato per una candidatura a tre avrebbe messo i fondi ma non per Milano-Cortina, mi sembrerebbe un giochino politico». Ma il veto del Movimento 5 Stelle è stato ribadito ieri dal leader Luigi Di Maio, «se le due città vogliono andare avanti devono farlo ma lo Stato non deve metterci un euro e neanche le garanzie».

E in giornata sia il presidente del Coni Giovanni Malagò che il sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti hanno rivolto appelli alla sindaca grillina di Torino Chiara Appendino per riaprire l’ipotesi dei Giochi del «tridente». «Sì a un nuovo tavolo e all’appoggio del governo solo se c’è una candidatura a tre» ha ribadito in serata Giorgetti.

La Appendino ribatte che Torino «era l’unica scelta sostenibile». Ma aggiunge che «per dovere e rispetto istituzionale» se Roma riconvocasse il tavolo a tre sarebbe comunque presente. Punto e a capo.

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