LE AMICHE DI JESSICA: “LE MANCAVANO GLI ABBRACCI DEI GENITORI”

Jessichina riccioli d’oro e occhi blu, dove dentro c’era l’abisso. Voleva fare la cantante, era in un coro gospel. I disegni con le matite colorate e i passi di danza davanti allo specchio, immaginandosi sul palcoscenico. I sogni della bambina che era, quando è entrata alla comunità di Voghera.

Aveva otto anni Jessica Valentina Faoro, «riccioli d’oro». «Era uno spirito libero», ricorda la mamma Annamaria Natella. Jessica scappava dalla comunità, da casa. E la fine della sua corsa per cercare la speranza di un’altra vita gliel’ha tolta Alessandro Garlaschi, il tranviere che l’ha uccisa.

 «Il mostro», dicono le amiche della 19enne. Sono le compagne cresciute con lei in comunità, altre incontrate per strada, lungo il cammino che la portava a «traslocare da un posto all’altro, senza pace. Ma l’inferno per lei era iniziato dentro la comunità», dove queste giovani donne entrano bambine e ne escono a 18 anni «senza sapere come si affronta la vita. In comunità ci fanno studiare. Ma scordati carezze e abbracci».

Ragazze che si trovano davanti un mondo che le giudica, «perché siamo state in comunità. Che è uguale a dire tossica. Invece ci sono bambine abbandonate. Appena dici che sei stata in comunità pensano: ecco, drogata. Ma spesso a cercare la dose si va proprio dopo esserci stati anni in comunità. Veniamo buttati nel mondo senza il libretto di istruzioni».

Jessica per le amiche era una di loro, una di quelle disgraziate che dalla vita hanno ricevuto il peggio. «Piangeva in bagno, in silenzio. Ogni tanto qualche parola sui genitori. Diceva che le mancavano gli abbracci».

La rabbia nelle parole di queste giovani donne che dentro si portano il dolore più grande e i segni di un’adolescenza inesistente, sale quando sentono i commenti di chi «si mette dall’alto del suo piedistallo dorato e giudica. Jessica era una di noi, una che nella vita non ha fatto niente di male, ma che il male peggiore gliel’ha dato proprio la vita».

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