TRUMP SPACCA L’ÉLITE GLOBALISTA: ORA LA UE RISCHIA LA CRISI…

Il Trump che abbiamo visto a Davos forse sta riuscendo a spaccare l’establishment globalista,  utilizzando lo strumento più soprendente: quello fiscale, che sta mettendo in crisi  l’Unione europea, la quale , dopo la Brexit e la vittoria di Trump, era stata indicata come lo scudo dell’élite globalista. L’ex consigliere di Obama, Kupchan, era stato esplicito scrivendo che:

Stati Uniti e la Gran Bretagna saranno, almeno temporaneamente, latitanti quando si tratta di difendere l’ordine liberale internazionale, l’Europa continentale dovrà difendere la posizione.

Nel momento in cui la coesione interna dell’Unione europea è messa alla prova dallo stesso populismo che occorre sconfiggere, non è buon momento per chiederle di colmare il vuoto lasciato dal disimpegno anglo-americano. Ma almeno per ora, la leadership europea è la migliore speranza per l’internazionalismo liberale.

Mi spiego: lo schema promosso dall’élite globalista prevedeva, fino ad oggi, la creazione di un blocco unico nella Ue, con il progressivo sradicamento delle identità e delle strutture nazionali, con il corrispettivo trasferimento dei poteri esecutivi e legislativi a entità sovranazionali, con ila conseguenza di favorire i grandi gruppi multinazionali.

Il  Trattato CETA tra Ue e Canada, che riprende diversi punti salienti del defunto trattato TTIP, ed approvato nel silenzio dell’opinione pubblica, mira da un lato a sbarazzarsi dei vincoli giuridici nazionali, conferendo ai privati e non a una Corte suprema, l’ultima istanza nel caso in cui una grande azienda si senta danneggiata da leggi o provvedimenti nazionali, dall’altro, ovvero svuotando uno dei pilastri del nostro sistema democratico, dall’altro promuovendo non la concorrenza ma l’armonizzazione fiscale fra i Paesi della Ue, con un doppio standard: livelli impositivi crescenti per i cittadini e le società locali, scappatioie con regimi agevolati (biasimati pubblicamente ma di fatto permessi) per i grandi gruppi multinazionali.

Affinché questo piano riuscisse era indispensabile che  non si palesassero elementi esterni di disturbo e invece Trump sta scompaginando il quadro. Come noto, il Congresso Usa ha appena approvato la riforma fiscale che abbatta le tasse per le società e a Davos il presidente americano cos’ha fatto?

Si è seduto a cena con una cinquantina di Ceo delle principali compagnie al mondo, che ha invitato a trasferirsi negli Stati Uniti ovvero nel nuovo paradiso fiscale, che ha una peculiarità: non è l’Irlanda, nè uno statarello dei Caraibi ma la superpotenza dominante.

E’ presto per valutare l’impatto su scala plantearia del nuovo regime, però, gli effetti sono potenzialmente dirompenti. Trump, che è un uomo di affari, potrebbe scardinare i piani globalisti facendo leva sull’elemento costituente del capitalismo: il profitto.

Perché il Ceo di un grande gruppo dovrebbe rimanere nella Ue o in Svizzera se può far guadagnare centinaia di milioni ai propri azionisti?

E’ possibile che tra qualche tempo inizi l’esodo dei quartieri generali dei grandi gruppi dall’Europa verso New York o San Francisco, generando non pochi grattacapi dalle nostre parti: Bruxelles come potrebbe continuare a proporre l’armonizzazione fiscale di fronte alla concorrenza statunitense?

Non è azzardato prevedere che a breve molti Stati abbasseranno le imposte per tentare di trattenere le aziende.  Macron si sta già muovendo in questa direzione.

Ma com’è possibile che ci riescano dovendo rispettare i rigidissimi parametri di Maastricht e  dovendo far fronte alle note intolleranze dogmatiche della Germania da una parte e della Bce dall’altra?

Aggiungete gli effetti dirompenti sull’economia europea del calo del dollaro e del forte aumento dell’euro e il quadro è chiaro.

Donald Trump rischia di mettere in crisi l’Unione europea e i piani dell’élite globalista. Chi l’avrebbe detto?

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