L’ACQUA VALE COME L’ORO, MA SOLO SE C’È UN TAPPO DA APRIRE..

Ciao età dell’oro, viviamo ormai nell’età dell’acqua. Imbottigliata. Le chiare, fresche, dolci acque hanno un tappo (che le donne non sanno aprire. Mai), un’etichetta e un codice a barre. Con buona pace di Francesco Petrarca.

L’Italia è il Paese dell’acqua.

Ne consumiamo ogni anno circa 200 litri a testa, solo Messico e Arabia Saudita sono al nostro livello: ma nel primo Paese si consiglia perfino ai turisti di evitare di ingerire quello che esce dai rubinetti; e il secondo è desertico. Noi invece abbiamo una rete idrica piena di dispersione ma tutto sommato buona, che fornisce in quasi tutta Italia acqua eccellente.

Com’è quindi che abbiamo trasformato un bene primario, perfino politico, in un gadget dalla confezione in plastica? E quando abbiamo deciso di pagare due volte per lo stesso bene, in bolletta e al supermercato?

Intanto un po’ di numeri. Ogni «cittadino del mondo» consuma 35 litri di acqua imbottigliata ogni anno. L’Italia, come detto, ne beve sei volte di più, con 196 litri pro capite all’anno, oltre mezzo litro al giorno.

Un consumo spropositato, frutto di un boom piuttosto recente: fino a trent’anni fa, infatti, l’«uso personale» di noi italiani era di 65 litri pro capite. Ma le bottigliette da mezzo litro, che (…)

(…) entrano nelle borsette, negli zaini e nelle tasche dei cappotti, erano di là da venire.

Ogni anno in Italia si imbottigliano 12,5 miliardi di litri (245 nel mondo) da 300 sorgenti attive gestite da 170 aziende di imbottigliamento che producono 608 differenti etichette.

La vendita avviene prevalentemente nei supermercati (55 per cento dei volumi e 59 dei valori), seguiti dai discount (18,5 e 12,7) e poi da ipermercati e piccoli negozi a libero servizio.

Le aree geografiche dove si consuma più acqua sono il Nord Ovest (28,9 per cento a volume e 30,6 a valore), seguito dal Sud con la Sicilia (27,8 e 23,7), dal Centro più Sardegna (25 e 26,3) e Nord-Est (18,3 e 19,4).

BOLLICINE DI MARCA

Il business da 2,3 miliardi di euro all’anno è però nelle mani di pochi.

I primi otto grandi gruppi del settore detengono una quota di mercato pari al 72 per cento: il gruppo Nestlè (che ha in Italia la San Pellegrino, la Panna, la Recoaro e la Levissima), San Benedetto (San Benedetto, Guizza, Nepi, Cutolo), Fonti di Vinadio (Sant’Anna), Norda-Gaudianello, Cogedi (Uliveto e Rocchetta), Ferrarelle (Ferrarelle, Natìa, Santagata, Boario, Fonte Essenziale), Spumador (Valverde, S. Antonio, San Carlo, Mood) e Lete.

In Italia, contrariamente a quanto succede all’estero (e lo vedremo) le acque minerali sono un bene di consumo dal prezzo assai basso: la gran parte delle bottiglie da 1,5 litri in pet costano tra i 20 e i 40 centesimi.

Un po’ più care le acque straniere (Perrier ed Evian le più diffuse), quelle gourmet (la San Pellegrino, la Panna, la Nepi, la Filette) e quelle come la Uliveto, la Sangemini, la Fiuggi, che da sempre sono ritenute a torto o a ragione «curative».

Per queste bottiglie si va dai 50 centesimi a bottiglia e spesso si sfiora l’euro. Prezzi che leggiamo con noncuranza, ma che sono enormi rispetto al prezzo di un litro di acqua potabile da rubinetto, che è un millesimo di euro.

A rendere appetibile il business sono quindi i volumi. E soprattutto gli esigui canoni di concessione delle falde, che sono beni demaniali regolati da norme regionali molto varie che configurano una sorta di far west: molte regioni fanno pagare una concessione legata alla superficie occupata dallo stabilimento e non alla quantità di acqua prodotta, altri utilizzano sistemi misti.

Il risultato è che le aziende spesso multinazionali pagano alle regioni cifre che in molti casi non riescono a ripagare nemmeno le spese necessarie per i controlli sanitari o per lo smaltimento della plastica.

Ciò rende l’industria dell’acqua in bottiglia una delle più remunerative in assoluto.

Per non parlare delle acque microfiltrate, pagate allo stesso prezzo della minerale pur essendo acqua di rubinetto arricchita con anidride carbonica e sali minerali. Un’operazione consentita dalla legge.

MA IL RUBINETTO NO?

Il paradosso è che noi italiani siamo tra i più grandi bevitori di acqua minerale pur avendo una rete idrica tra le migliori al mondo. Certo, in molte regioni del Sud ci sono ataviche carenze e la dispersione arriva, in province come Ragusa, al 76 per cento.

Certo, quattordici regioni italiane su 20 (si fa prima a elencare le altre: Basilicata, Trentino-Alto Adige, Molise, Emilia-Romagna, Veneto e Toscana) hanno subito condanne europee per l’organizzazione inefficiente della gestione dell’acqua, che pure dovrebbe essere semplificata per legge con un gestore unico per ogni ambito territoriale (Ato) dalla fonte alla depurazione.

Certo le bollette sono più salate, con punte di 381 euro l’anno a Pisa (per 150 metri cubi di acqua).

Malgrado ciò l’acqua che esce dai nostri rubinetti è sana e spesso anche buona di gusto: subisce controlli molto più frequenti e severi rispetto all’acqua in bottiglia e deve rispettate limiti di legge di contaminanti più rigorosa, fa bene all’ambiente (ogni anno si calcola che 600mila Tir attraversino l’Italia per trasportare bottigliette e poi ci sono i costi mostruosi per lo smaltimento), addirittura ci sono sistemi di disinfezione UV sperimentati in alcuni acquedotti che non lasciano alcuna traccia né chimica né organolettica.

E poi con il costo di una bottiglia da 1,5 litri acquistata al supermercato, vale a dire 40 centesimi, a casa compriamo un metro cubo di acqua, vale a dire mille litri.

IL FRATE E I MIRACOLI

E quindi chi ha «inventato» l’acqua in bottiglia come bene necessario? Secondo James Salzman, autore del libro Drinking Water, una «biografia» dell’acqua da bere, tutto nasce dall’abitudine dei frati di imbottigliare acque ritenute sante se non miracolose da vendere ai fedeli che le portavano a casa come souvenir del loro pellegrinaggio. Poi, nel 1740, in Gran Bretagna, Harrogate fu la prima fonte a lanciare sul mercato le proprie bottiglie di acqua.

Il business crebbe lentamente ma ricevette un duro colpo ai primi del Novecento, quando, dopo un’epidemia di tifo a Lincoln, in Inghilterra, spinse le amministrazioni a sperimentare il primo sistema di disinfezione delle acque pubbliche. Improvvisamente dai rubinetti di casa iniziò a uscire acqua perfettamente sana e potabile.

E dove non arriva il bisogno arriva la pubblicità. Nel 1977 il mondo occidentale fu stregato dallo spot della Perrier con la voce di Orson Welles che decantava l’acqua francese rendendola irresistibile. E inizò un’altra storia. Quella che stiamo vivendo ora.

LA MINERALE COME GADGET

Ma se noi italiani riflettiamo su un business enorme ma tutto sommato «pop», in molti Paesi l’acqua minerale è soprattutto un gadget, uno status symbol.

Ovunque nell’Europa del Nord l’acqua in bottiglia è percepita come uno sfizio costoso. Il risultato è la nascita di acque di lusso, con confezioni spesso di irritante sciccheria.

Come la Fiji, che arriva dall’omonimo arcipelago ed è venduta a 57,50 euro per 24 bottigline da mezzo litro. Come la spagnola Vichi Catalan, da molti considerata lo Champagne delle acque: 52,50 euro per 12 bottiglie da un litro.

Come la cilena Andes, decantata come la fonte di idratazione di una comunità eccezionalmente longeva, ideale, «grazie al suo Ph bilanciato», per fare il tè e allungare il whisky. Come la norvegese Voss, «una delle acque più pure e cristalline al mondo», e dalla bottiglia iconica.

Come la gallese Ty Nant, dalla bottiglia blu che molti dopo la bevuta mettono sulla mensola come soprammobile, anche per ammortizzare l’investimento.

Come la giapponese Fillico, con bottiglie che arrivano a costare 248 euro per 72 centilitri, e chi la vende avverte: prodotto da collezione, non adatto a essere consumato. Se il mondo ha perso la testa è perché si è ubriacato di acqua.

Fonte: qui