PARKINSON, 250MILA ITALIANI COLPITI: NEL 2030 SARANNO IL DOPPIO…

Il morbo di Parkinson , una malattia di cui si teme di pronunciare persino il nome, date le sue capacità degenerative sull’equilibrio fisico e mentale di chi ne è colpito, in Italia interessa circa 250 mila persone, metà ancora in età lavorativa.

Numeri destinati a raddoppiare nei prossimi 15 anni, dal momento che ogni anno si registrano circa 6.000 nuovi casi. La malattia delle grandi menti – in passato ha aggredito personalità come Papa Giovanni Paolo II, il leader palestinese Yasser Arafat, lo stesso Adolf Hitler – alla sua virulenza associa costi elevatissimi. La spesa a carico del Ssn raggiunge 1,3 miliardi di euro ogni anno.

Sul Parkinson, sui suoi riflessi sociali ed economici, si accendono oggi i riflettori, in occasione della Giornata nazionale dedicata alla malattia (www.giornataparkinson.it/#), promossa dall’Accademia Limpse-Dismov. L’appuntamento, giunto alla sua ottava edizione, ha l’obiettivo di sensibilizzare ed educare la popolazione.

“Al momento – spiega all’Adnkronos Salute Nicola Modugno, responsabile del Centro Parkinson dell’Istituto neurologico Mediterraneo di Pozzilli (Isernia) – si conoscono tante possibili cause della malattia, ma non quella specifica.

Sappiamo, però, che molti meccanismi possono entrare in gioco: ad esempio, esistono dei geni le cui alterazioni porterebbero alla cascata degenerativa che è alla base della morte delle cellule dopaminergiche, e quindi della malattia di Parkinson. Vi può essere, inoltre, un’interazione con l’ambiente, con sostanze tossiche”.

Il Parkinson “è certamente un problema sociale. Oggi l’assistenza ai malati di Parkinson – prosegue l’esperto – è lasciata alla fisioterapia, ma innumerevoli studi dimostrano che l’assistenza dovrebbe estendersi a tanti altri aspetti: reinserire i pazienti in un contesto sociale, aiutarli a non depauperare tutto il patrimonio della loro vita in termini di attività lavorativa e rapporti con la famiglia”.

“E’ proprio la famiglia a subire gli effetti della gravità di questa patologia: insieme alle associazioni, noi medici rappresentiamo per i nostri pazienti un punto di riferimento perché dobbiamo insegnare, a loro e alle loro famiglie, a gestire al meglio la malattia nella vita di tutti i giorni.

In questo le istituzioni potrebbero aiutarci di più. In altri Paesi, ad esempio, al paziente che riceve la diagnosi di Parkinson gli vengono riconosciuti automaticamente numerosi diritti, dalle certificazioni alle patenti ai permessi speciali”, sottolinea Modugno.

Negli anni “si sono ampliate le conoscenze sulla patologia, sulle terapie e sulle conseguenze che il Parkinson può causare. Sappiamo oggi che esistono sintomi che precedono l’esordio della malattia – afferma – Sintomi di natura motoria, ben conosciuti e visibili, ma anche quelli che noi definiamo non motori, come ansia, depressione, disturbi del comportamento e della sfera cognitiva, disturbi del controllo della pressione e dell’attività cardiaca.

Quando parliamo di Parkinson non pensiamo più al solo tremore, ma sappiamo che dobbiamo pensare a un’intera vita e a una globalità di sintomi. Da questo punto di vista, ripeto, è cambiato tutto. Tantissimi aspetti vanno considerati e studiati”.

“Le terapie farmacologiche sono tante – spiega ancora Modugno – il farmaco più utilizzato è la levodopa e rimane quello più efficace, usato dal 98% dei pazienti. Lo si può somministrare per via orale o per via infusionale con un apparecchio che consente diffondere la molecola direttamente nell’organismo del paziente attraverso lo stomaco”.

Anche la fisioterapia “è sicuramente un’arma molto efficace a disposizione del paziente. Noi sappiamo che il disturbo del Parkinson riguarda la gestione degli automatismi dell’essere umano: dobbiamo insegnare ai pazienti che tali automatismi non vengono più in maniera spontanea, ma vanno pensati.

Quindi la riabilitazione insegna loro che per camminare in maniera corretta bisogna pensare a come svolgere ogni singolo passo. In questo la fisioterapia ha fatto grandi passi in avanti”.

I centri per lo studio e la cura del Parkinson sono presenti in tutta Italia, e vi si accede come in qualsiasi ospedale. Esiste una mappatura fatta dall’Osservatorio dell’accademia Limpe-Dismov. Una sorta di ‘pagine gialle’ delle strutture specializzate.

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GLI ESPERTI: “DORMIRE CON CHI RUSSA È PERICOLOSO PER LA SALUTE”

Dormire con una persona che è solita russare fa male alla salute. Secondo l’Università di Leeds, infatti, che ha realizzato una ricerca in merito, il 30% degli intervistati dichiara di soffrire di “disturbi del sonno” per colpa del partner che russa.

I problemi della mancanza di sonno

Questa ricerca va collegata con altri studi scientifici che nel tempo hanno dimostrato come dormire poco (e male) possa provocare diversi disturbi e portare anche malattie serie come infarto, depressione, ictus, comportamenti suicidi o danni alla pelle.

Ma ovviamente, come scrive il Gazzettino, il primo dei rischi è quello che alla fine si finisca davanti a un giudice per chiedere il divorzio.

“Quasi un terzo (il 29 per cento) degli inglesi – dice l’esperta del sonno Nerina Ramlakhan – non riposa bene a causa del partner. Così per molte persone diventa chiaro che dormire in stanze separate renderebbe il sonno molto più piacevole e riposante”.

Secondo l’esperta potrebbe essere una buona idea dormire in letti diversi. Certo: la vita di coppia è importante, ma anche la salute.

I problemi provocati dal poco sonno sono, come detto, numerosi. Oltre a quelli citati, la mancanza di riposo può provocare stati di ansia. Secondo diversi studi, infatti, a finire sotto pressione è l’amogdala, la zona del cervello che gestisce “le nostre emozioni negative”.

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EMERGENZA MANODOPERA IN USA, LE IMPRESE: “SERVIREBBERO PIÙ MESSICANI”

Per il presidente eletto degli Stati Uniti, Donald Trump, uno dei problemi del Paese è la presenza di troppi messicani; per i proprietari delle piccole imprese americane, soprattutto quelle che operano nell’edilizia, nel settore agricolo e in quello alberghiero, sono invece troppo pochi.

Come si legge sul Wall Street Journal, i proprietari di queste imprese stanno riscontrando gravi difficoltà ad assumere personale per lavori poco qualificati; uno dei motivi è l’arrivo dal Messico di meno persone rispetto al passato, che non possono soddisfare la necessità di manodopera.

MANCANO MURATORI – Nelson Braddy, proprietario della King of Texas Roofing Company, azienda edile specializzata nella costruzione e installazione di tetti e coperture per edifici e capannoni, ha dichiarato al Wall Street Journal che negli ultimi anni ha dovuto rinunciare a venti milioni di dollari di progetti per mancanza di operai.

“Senza i lavoratori messicani il nostro settore è a un punto morto” ha dichiarato Braddy, che si è detto pronto ad assumere immediatamente 60 operai, se solo riuscisse a trovarli.

RISTORAZIONE –  Il problema non riguarda solo l’edilizia, però. Nella Bay Area di San Francisco, per esempio, le difficoltà nel reclutare nuovi lavoratori hanno colpito anche Tacolicious, ristorante in stile messicano di alta qualità che abbina il classico taco a una grande selezione di cocktail e tequila. Il proprietario Joe Hargrave è partito da un piccolo stand all’interno del Ferry Plaza Farmers Market per poi dar vita a una catena. I suoi piani di espansione si sono però dovuti ridimensionare proprio perché non riesce a trovare cuochi o chef messicani.

AGRICOLTURA – Gli agricoltori della Florida non se la passano meglio. Steve Johnson, ad esempio, che raccoglie arance per la grande industria, ha 80 posti di lavoro a disposizione, ma nessuno interessato a lavorare per lui.

Effettivamente la carenza di manodopera messicana trova testimonianza in uno studio del Pew Research Center, think tank americano che tra le varie cose si occupa anche degli andamenti demografici negli Stati Uniti, secondo cui i flussi di immigrati clandestini dal Messico hanno subito un graduale rallentamento negli ultimi anni.

Si è infatti passati da mezzo milione di messicani irregolari all’anno degli anni Novanta ai 350.000 che entravano negli Stati Uniti a metà degli anni 2000, fino ai 100.000 all’anno del 2009, stima rimasta più o meno immutata sino a oggi.

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TRUMP LACONICO SU TWITTER: “FIDEL CASTRO È MORTO!”

Fidel Castro è morto!”: il presidente eletto americano Donald Trump ha reagito alla notizia della morte del lider maximo cubano con un laconico tweet in cui l’unico commento è affidato al punto esclamativo.

Trump ha presso atto della morte del leader cubano e ha esclamato in questo modo su Twitter. Il commento del neo eletto presidente americano è arrivato oltre otto ore dopo l’annuncio ufficiale della scomparsa di Fidel, dato dal fratello presidente Raul in un messaggio televisivo. Intanto c’è proprio l’incognita Trump sul disgelo tra Usa e Cuba.

In campagna elettorale Trump ha detto che le “concessioni” dell’amministrazione Obama possono essere facilmente riviste (molte sono state prese con ordini esecutivi) e che lui le spazzerà via, se non avrà risposte adeguate; risposte alle domande di “libertà religiosa e politica per il popolo cubano e di libertà per i prigionieri politici”.

Il voto cubano (o almeno una parte significativa di esso) è stato importante per la vittoria di Trump in Florida: secondo un sondaggio New York Times-Siena, a settembre il sostegno per Trump è passato dal 33 al 52 per cento. Il presidente eletto si trova dunque nella posizione di chi deve rispondere alle attese.

Negli ultimi due anni, Usa e Cuba sono stati protagonisti di un disgelo che ha portato alla normalizzazione delle relazioni a lungo congelate dopo la Guerra Fredda: il culmine è stata la visita del presidente Barack Obama a Cuba nel 2015, la prima di un presidente americano nell’isola dopo quella di Calvin Coolidge nel 1928.

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