UN ROBOT ACCANTO AL PILOTA? NEGLI STATI UNITI IL TEST PER ELIMINARE IL SECONDO PILOTA

Secondo quanto riportato dal quotidiano La Stampa la società Aurora Flight Sciences starebbe sperimentando un robot da inserire nella cabina di comando degli aerei per provare a eliminare definitivamente il secondo pilota a bordo.

L’amministratore delegato della società, John Langford è certo che il pilota robot potrebbe essere una rivoluzione per le compagnie aeree: “È come avere sempre un co-pilota con 600.000 ore di esperienza… un co-pilota genio”.

Un’idea che non necessariamente piacerà ai passeggeri, che volano più tranquilli sapendo che nella cabina si trovano due piloti in carne e ossa. Proprio per questa ragione gli studi si stanno rivolgendo principalmente verso gli aerei dedicati al trasporto merci o del settore militare.

Poco più di un mese fa, il 18 ottobre, è stata effettuata la prova con il pilota robot: un Cessna Caravan è infatti partito da Manassas, in Virginia, e il pilota umano ha potuto dialogare durante il volo con il suo collega robot attraverso l’utilizzo di un tablet.

Il pilota tecnologico dovrebbe poter prevedere le condizioni meteorologiche avverse e dovrebbe potersi occupare di decolli e atterraggi.

Secondo gli esperti l’innovazione potrebbe portare fattori positivi per le companie aeree in quanto eliminerebbe il fattore umano degli incidenti aerei e si potrebbero così tagliare metà di piloti.

Proprio da parte di questi ultimi arrivano però le lamentele: un pilota robot non è garanzia di sicurezza come lo può essere l’essere umano – dicono – e, inoltre, questi potrebbero essere vulnerabili alle incursioni di hacker informatici.

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MA DAVVERO UNA MELA AL GIORNO LEVA IL MEDICO DI TORNO? 7 MITI ALIMENTARI SFATATI

Una mela al giorno leva il medico di torno, caffè e vino rosso fanno male al fegato, il glutine va eliminato.

Sono alcuni miti alimentari, duri a morire: a sfatarli ci pensano gli esperti di Aigo, Associazione italiana gastroenterologi ospedalieri, riuniti a Perugia fino al 26 novembre per il corso annuale ‘Innovazioni diagnostico-terapeutiche e sostenibilità economica in gastroenterologia’.

Una parte dei lavori è dedicata proprio a smascherare convinzioni errate, e molto radicate, sulle diete: diffondere la cultura della sana alimentazione significa prevenire le malattie gastrointestinali.

Gli esperti si confronteranno inoltre sui nuovi farmaci per la cura dell’epatite C.

“Oggi l’impegno dei medici che lavorano nella sanità pubblica è curare le persone nel miglior modo possibile, secondo le terapie e gli studi più aggiornati – sottolinea Gioacchino Leandro, presidente di Aigo – con un occhio all’appropriatezza, ovvero all’efficienza e alla sostenibilità per il sistema sanitario. L’aggiornamento costante è fondamentale come la corretta informazione al paziente”.

Per questo, prosegue, “abbiamo voluto parlare delle false credenze sull’alimentazione. Emerge ancora una volta che la dieta mediterranea, messa oggi in discussione da diete di moda e cibo spazzatura, rimane quella più salutare ed equilibrata”.

Ecco i 7 miti sfatati dai gastroenterologi

1. Il caffè fa male al fegato. Non è vero: un moderato consumo di 2 tazzine al giorno può dare benefici contro la steatosi epatica, malattia caratterizzata dall’accumulo di grasso nel fegato, come dimostrano diversi studi pubblicati sulla rivista scientifica americana ‘Hepatology’.

2. Il tè verde è un toccasana. E’ vero che è antiossidante, ma bisogna fare attenzione, soprattutto quando lo si assume come ingrediente all’interno di prodotti e integratori, anche dimagranti, che contengono altre sostanze. Si sono registrati casi di insufficienza epatica determinati da estratti di tè verde.

3. Il vino minaccia il fegato. Sono noti gli effetti benefici del vino nella prevenzione del rischio cardiovascolare e un moderato consumo ha anche un potere antiossidante sul fegato grazie al resveratrolo, sostanza contenuta nell’uva rossa.

4. Le erbe fanno bene. Gli estratti contenuti negli integratori alimentari (ad esempio i ’12 erbe’) possono aggravare i sintomi della sindrome del colon irritabile.

Responsabile degli effetti irritanti è l’epigallocatechina-3-gallato (Egcg), il composto polifenolico presente anche nel the verde, come evidenziano studi pubblicati sulla rivista scientifica americana ‘Hepatology’.

5. La moda ‘gluten free’ fa bene. La maggior parte delle persone che segue una dieta senza glutine non è celiaca, e non ha quindi un’intolleranza genetica a questa sostanza.

Il mito che alimenta questo trend in aumento risiede nella convinzione che una dieta povera dei carboidrati che contengono glutine sia dimagrante e salutare.

Si rischia, invece, di ridurre il consumo di fibre contenute nei carboidrati, benefiche per la salute dell’intestino, e compensare la mancanza di pasta e pane con i grassi saturi.

6. Bere succhi di frutta è una sana abitudine. Sì, ma quali? Perché i succhi non sono tutti uguali e la differenza la fa il fruttosio, zucchero semplice che, se assunto con frequenza e abbondanza, ha l’effetto negativo di aumentare i grassi nel fegato.

I succhi di frutta che ne sono ricchi vanno assunti con moderazione. Fa eccezione quello di arance rosse, che ha l’effetto invece di ridurre i grassi nel fegato.

7. Una mela al giorno leva il medico di torno. E’ la convinzione più diffusa, ma attenzione: mele e pere contengono zuccheri fermentabili che hanno effetti nocivi sulle persone che soffrono della sindrome del colon irritabile.

In questi casi, è consigliabile un consumo molto ridotto di questi frutti, raccomandano gli esperti dell’Aigo che concludono: “La dieta mediterranea non sbaglia mai. E’ l’unico mito inossidabile”.

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LA GIORNALISTA CRISTINA FANTONI CADE “COME UNA PERA” IN DIRETTA: “È colpa del #referendum”

Piccolo fuori programma questa mattina su La7 a “L’Aria Che tira“. In collegamento con Myrta Merlino c’è la giornalista del Tg La7 Cristina Fantoni per le anticipazioni del telegiornale.

 Tra la news sul crollo dei mercati e un commento sulla situazione politica , all’improvviso scivola e scompare dal video. 

Una caduta che fa preoccupare anche la Merlino che chiede alla collega se sta bene o ha avuto un mancamento.

La Fantoni, un po’ scombussolata, si alza subito e per sdrammatizzare rassicura tutti dicendo: ““Scusami Myrta, sono scivolata. È colpa del referendum. Non ne posso più, scherzo, scusate.”

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“BASTA BUGIE SU BABBO NATALE”, PER GLI ESPERTI MENTIRE AI BIMBI È SBAGLIATO

Mentre nelle città di tutto il mondo l’atmosfera natalizia si fa strada a colpi di luminarie, alberi addobbati e musiche scampanellanti diffuse dai megafoni di negozi carichi di giocattoli, Babbo Natale finisce sotto i riflettori della scienza.

‘Tirato per la giacchetta’ da chi, in uno studio, lo accusa di minare la credibilità dei genitori al cospetto dei propri figli. E da chi lo ‘riscatta’ arruolandolo per l’importante ruolo di testimonial contro i pregiudizi sull’Alzheimer e in difesa del potere della ricerca.

Oltre all’albero di Natale, al presepe e ai dolci tipici, c’è un rito che si ripete ogni anno a dicembre, evidenzia un team di psicologi: mentire ai bambini.

Milioni di genitori convincono i cuccioli di casa che Santa Claus esiste, ma questa ‘bugia’, secondo lo psicologo Christopher Boyle e la ricercatrice esperta di salute mentale Kathy McKay, può essere dannosa.

Gli scienziati, autori di uno studio pubblicato su ‘Lancet Psychiatry’, suggeriscono anche che i genitori potrebbero non essere motivati dal puro desiderio di creare una magia per i loro bimbi, ma dalla voglia di tornare essi stessi alla gioia dell’infanzia.

Insomma, far materializzare Babbo Natale ricorrendo a quella che gli esperti definiscono ‘Santa Lie’, può compromettere la fiducia. “Se papà e mamma sono in grado di mentire su una cosa così speciale e magica, possono poi continuare a essere invocati come i custodi della saggezza e della verità?”, si chiedono gli autori dello studio.

Non solo: l’idea di una specie di ‘agenzia di intelligence’ nel Polo Nord, che tutto vede e che giudica ogni bambino bollandolo come buono o cattivo, è “terrificante” se considerata con gli occhi dell’adulto, sostengono. Conclusione: “La moralità di indurre i bambini a credere a questi miti deve essere messa in discussione”, dice Boyle, dell’università di Exeter (Gb).

“Tutti i bambini finiranno per scoprire che sono stati presi in giro per anni, e questo potrebbe portarli a chiedersi quali altre bugie sono state dette loro”, riflette ancora Boyle. “Se esista il diritto di far sì che i bambini credano a Babbo Natale è una domanda da porre, ed è anche interessante chiedersi se mentire in questo modo li influenzerà in modi che non sono stati considerati”.

Gli autori accettano l’idea che a volte dire bugie ai più piccoli possa essere giusto. Per esempio, scrivono, se “un adulto conforta un bambino quando il proprio animale domestico muore dicendo che andrà nel paradiso degli animali, è senza dubbio più bello che dirgli la verità sul suo imminente rientro nel ciclo del carbonio”.

Ma la fantasia di Santa Claus, sono convinti, non può essere puramente per i bambini. E’ piuttosto per gli adulti la possibilità di andare indietro nel tempo a quando credevano nella magia. “La persistenza di un mondo di appassionati a storie come Harry Potter o Star Wars anche da grandi dimostra questo desiderio di ritorno all’infanzia”, sentenzia McKay dell’australiana University of New England.

Il dibattito è aperto. Ma intanto nel Regno Unito c’è chi ha trovato una nuova missione per il vecchio Babbo Natale e, credendo nel suo potere evocativo e nell’affetto che tutto il mondo continua a dimostrargli, gli ha affidato un messaggio importante.

Paradossalmente non è rivolto ai bambini, bensì agli adulti, e ricorre a un’immagine shock: in uno spot promosso da Alzheimer’s Research Uk, che passa dopo le 21 per non turbare i giovani cuori, Santa Claus in versione cartoon si ammala di demenza e non può più consegnare i regali.

Protagonista della storia, narrata da Stephen Fry e realizzata da Aardman Animations, è una bambina di nome Freya, cresciuta in un mondo senza la magia dei regali, che si mette in viaggio verso il Polo Nord dove trova un Babbo Natale ingrigito e con lo sguardo perso, intento a fissare il fuoco.

La bambina mobilita gli elfi come scienziati, dicendo loro che se Santa Claus ha una malattia, la ricerca può trovare un modo per risolvere il problema.

“Babbo Natale è una figura culturale importante. L’idea che anche lui possa ammalarsi mette in luce il fatto che la demenza può colpire le persone più speciali della nostra vita“, sottolinea in una nota Hilary Evans che è a capo dell’associazione.

“Bisogna essere provocatori per contribuire a combattere i pregiudizi e il fatalismo su questa condizione e per dimostrare che la ricerca pionieristica detiene le risposte. Abbiamo fatto enormi sforzi contro malattie come cancro e Aids e possiamo fare lo stesso per la demenza. ‘Santa Forgot’ (il titolo dello spot, ndr) ci ricorda di credere nel potere della ricerca“.

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