UCCIDE IL PADRE DI LEI: POI PIANIFICANO LA RELAZIONE ATTRAVERSO MESSAGGI AD ALTO TASSO EROTICO…

Hanno fatto l’amore, per la prima volta, mentre il cadavere ancora caldo del padre di lei giaceva in una pozza di sangue.

Era troppo geloso della figlia, quel papà di Salerno, e perciò meritava di morire secondo una coppia di fidanzati salernitani che, subito dopo l’omicidio dell’uomo compiuto dal ragazzo, s’è scambiata decine e decine di messaggi ad altissimo tasso erotico.

Il delitto è avvenuto il 19 febbraio scorso ma le ultimissime novità nell’intricata inchiesta sull’episodio sono arrivate nelle ore scorse quando i carabinieri del Racis sono riusciti a ricostruire lo scambio di messaggi tra i due fidanzati nei momenti che hanno fatto seguito alla barbara uccisione del carrozziere 60enne Eugenio Tura De Marco, accoltellato a morte dal fidanzato della figlia, il 22enne Luca Gentile che ha confessato l’omicidio adducendo di aver agito reagendo a un’aggressione.

La conversazione a cui sono riusciti a risalire gli investigatori presenta toni piccanti e licenziosi. I due si sarebbero scambiati messaggi spinti ed espliciti di natura sessuale, in cui trasparirebbe l’eccitazione dovuta all’uccisione dell’unico e ultimo ostacolo alla loro relazione amorosa.

Secondo l’accusa ciò proverebbe la complicità nell’omicidio della ragazza che avrebbe così incoraggiato il suo amante a fare lui il padre. Una ricostruzione che però la difesa della giovane rigetta.

Come riporta La Città, infatti, il collegio difensivo che assiste la ragazza sostiene che lei amava il papà e mai si sarebbe aspettata che il suo ragazzo l’avrebbe ucciso e che, anzi, la perdita del padre è stato un colpo pesante da digerire per la 20enne. Perciò ha chiesto di essere ascoltata di nuovo dagli inquirenti.

Intanto la Procura di Salerno ha formalizzato le accuse a carico dei fidanzatini salernitani e ha fatto recapitare loro l’avviso di conclusione indagine.

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ALLARME A CASTELGANDOLFO, I FONDALI DEL LAGO ALBANO SONO PIENI DI BOMBE

Sportivi in canoa, nuotatori, turisti, persone in pedalò: tutti a mollo sulle bombe a Castel Gandolfo. Non è uno scherzo ma un vero e proprio campo acquatico minato: sui fondali del lago Albano, a soltanto un metro e mezzo circa di profondità, ci sono decine e decine di ordigni inesplosi risalenti alla seconda guerra mondiale.

A confermare che si tratta di ordigni bellici è un militare dell’Esercito esperto in materia: «Dalle immagini sembrano bombe a caduta utilizzate nel secondo conflitto mondiale – sostiene – e c’è anche una granata. Sicuramente dovranno essere rimosse e fatte brillare sulla riva».

Per oltre un decennio si è parlato di ordigni situati sulla battigia e sulla costa del lago emersi dal bacino a causa dell’abbassamento del livello dell’acqua ma quasi per nulla di ordigni sommersi. Si tratta di un arsenale subacqueo che allo stato attuale dei fatti appare incustodito.

Siamo in via dei Pescatori sul lungolago gandolfino e le bombe si trovano nel tratto che parte dal famigerato relitto del Coni, torretta di arrivo dei vogatori durante le Olimpiadi del 1960 e si estende per circa 200 metri, per tutta la lunghezza della recinzione dell’area delle ex tribune. La scoperta è a dir poco scioccante: gli esplosivi sono molti e visibili con una semplice maschera da sub.

L’area è accessibile a chiunque, non ci sogno segnali di pericolo in acqua che fanno capire ai bagnanti di non avvicinarsi. Mentre sulla riva e sul ciglio stradale del lungolago, in corrispondenza dello specchio d’acqua con gli ordigni sommersi, giacciono a terra reti divelte, cartelli corrosi dal tempo e nascosti dalla vegetazione selvaggia.

Soltanto da questi frammentati elementi si capisce il fallito tentativo di delimitare una zona di fatto interdetta. Vicino a quest’area si trova la sede dell’Aisa Associazione Italiana per la lotta alle Sindromi Atassiche.

Sul sito web si legge che il centro è attivo dal 2002, utilizza le strutture di un dismesso impianto sportivo sulle rive del lago, adeguate a norma per l’uso da parte di persone disabili. Il tutto a un passo da dove si trovano le bombe.

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CAMIONISTA VAMPIRO RAPISCE, VIOLENTA E LIMA I DENTI ALLE SUE VITTIME PER OLTRE 20 ANNI: CONDANNATO (Ma senti questo, ma va là!)

«Mi dispiace per non aver realizzato prima che razza di mostro sono». Si è scusato così il “vampiro” Timothy Jay Vafeades, 56enne camionista dello Utah, mentre i giudici mercoledì scorso lo condannavano a 20 anni di prigione per aver rapito, stuprato e torturato molte giovani donne nell’arco di oltre 20 anni.

 L’uomo, mentre guidava in tutti gli Stati Uniti, adescava le vittime nel suo camion e le riduceva in uno stato di schiavitù sessuale: come se tutto ciò non bastasse, limava i loro denti.

Una violenza in linea con il fatto che Vafeades era ossessionato dal vampirismo: aveva soprannominato il suo veicolo “Twilight Express” e tramite Photoshop si immortalava con zanne da vampiro accanto a bare di vario tipo. «Cambiava il loro aspetto, voleva che tutte avessero lo stesso look» ha detto il procuratore Trina Higgins.

Il giudice David Nuffer, dal canto suo, dice che il racconto delle sofferenze patite da quelle donne è tra le cose più orribili che gli sia mai capitato di dover affrontare: «Leggere le loro dichiarazioni è stato traumatico, non avrei mai voluto trovarmi davanti a situazioni del genere».

 «Mi ritengo fortunata nel poter essere qui a parlare di questa vicenda – ha detto una vittima nel tribunale di Salt Lake City – Il mio calvario è cominciato quando sono salita sul suo camion per andare a cena con lui: poco dopo ho realizzato che non stavamo andando verso nessun ristorante. Poi, all’improvviso, lui mi ha detto: “Sei mia”. Da quel momento è cominciato l’orrore delle violenze, con lui che controllava qualunque cosa della mia vita».  

Vafeades, che secondo il suo avvocato fu abusato da bambino e ha replicato quelle violenze sulle sue vittime, dichiarandosi colpevole ha evitato il massimo della pena, 25 anni, ed è stato condannato a 20 anni.

Alla lettura della sentenza ha detto: «Mi dispiace per quello che ho fatto nella mia vita. Mi dispiace di non aver capito prima che sono un mostro». Un pentimento arrivato troppo tardi.

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IL GIUDICE IN PENSIONE MUORE DURANTE UN’ESCURSIONE: “È CADUTO IN UN GEYSER”

Aveva deciso di concedersi una vacanza di tre settimane in Sud America per coltivare la sua più grande passione: l’escursionismo.

Dopo essersi unito ad un gruppo di esploratori conosciuto in Cile, però, proprio la sua passione per i viaggi e le scoperte gli è costata la vita. Rod Keates, 71enne giudice in pensione di Billesdon, piccola città inglese nei pressi di Leicester, è infatti morto durante un’escursione in Bolivia.

Chi era con lui, come riporta il Daily Star, ha raccontato gli ultimi, tragici attimi della sua vita: «Stava facendo delle foto in una zona vulcanica che presentava diversi geyser.

Per effetto dell’ebollizione, la terra sotto i suoi piedi si è sciolta ed è scivolato all’interno. Siamo riusciti ad estrarlo quasi subito, ma non siamo riusciti a salvarlo».  

La vicenda ha lasciato sotto choc amici e parenti in Inghilterra. Keates lascia anche cinque nipoti.

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